Cucchi, "con un po' di zucchero Stefano sarebbe ancora vivo"

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Lo scrivono i pm nell'avviso di fine inchiesta notificato a 13 persone. La Procura ha chiuso le indagini sul caso. Si aggrava la posizione dei medici, che rischiano fino a otto anni, mentre si alleggerisce quella degli agenti penitenziari

La Procura di Roma ha chiuso le indagini sulla morte di Stefano Cucchi, il ragazzo di 31 anni deceduto il 22 ottobre scorso dopo essere stato arrestato alcuni giorni prima dai carabinieri per spaccio di droga.

In tutto sono 13 gli indagati. I reati contestati sono: lesioni e abuso di autorità per i tre agenti penitenziari accusati del presunto pestaggio di Stefano; favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d'ufficio e falsità ideologica, a seconda delle singole posizioni, per dieci tra funzionari della pubblica amministrazione, medici ed infermieri dell'ospedale Sandro Pertini in cui il 31enne romano è morto una settimana dopo il suo arresto per possesso di droga.

I pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loi hanno depositato oggi gli atti del procedimento in base a quanto previsto dall'art. 415 bis del codice di procedura penale. Si tratta  della procedura che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati.

I magistrati, alla luce dei risultati delle perizie, hanno modificato le originarie ipotesi di accusa che erano di omicidio preterintenzionale per gli agenti ritenuti responsabili del presunto pestaggio avvenuto il 16 ottobre in una cella di sicurezza del Tribunale di Roma, e di omicidio colposo per i medici del reparto penitenziario del Sandro Pertini in cui fu ricoverato Stefano Cucchi.

Secondo i magistrati della procura di Roma, la morte di Stefano Cucchi sarebbe conseguente dunque all’abbandono di persona incapace: questo profilerebbe una accusa nei confronti dei medici e infermieri del Pertini, più grave dell'omicidio colposo, sanzionabile fino ad 8 anni di reclusione mentre il colposo è cinque anni.

Per evitare la morte di Stefano sarebbe bastato somministrare un semplice cucchiaino di zucchero. Il particolare emerge dal capo di imputazione dei pm romani. I medici, inoltre, non hanno effettuato un elettrocardiogramma "che appariva assolutamente necessario" omettendo anche di effettuare "una semplice palpazione del polso" per controllare "l'evoluzione della bradicardia". Per i pm gli indagati hanno omesso anche di "comunicare al paziente l'assoluta necessità di effettuare esami diagnostici essenziali alla tutela della sua vita" e non hanno controllato "il corretto posizionamento o l'occlusione del catetere" causando un forte accumulo di urina nella vescica del giovane.

Non solo. Secondo i magistrati della Procura di Roma il medico di turno nella struttura protetta dell'ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre, Flaminia Bruno, nel certificato di morte di Stefano Cucchi "avrebbe falsamente attestato che si trattava di morte naturale, pur essendo a conoscenza delle patologie di cui era affetto, perché‚ ricoverato nel reparto nei cinque giorni precedenti, ricollegabili a un traumatismo fratturativo di origine violenta, che imponeva la messa a disposizione della salma all'autorità giudiziaria".

A sei medici e tre infermieri della struttura ospedaliera i magistrati contestano anche l'omissione di referto perché, pur "avendo preso conoscenza nell'esercizio delle loro funzioni della commissione del reato di lesioni personali aggravate e abuso di autorità contro arrestati omettevano di riferirne all'autorità giudiziaria". In altre parole, i nove in servizio al Pertini avrebbero così aiutato i tre agenti della polizia penitenziaria “a eludere le investigazioni”. A due medici, infine, è contestato il rifiuto di atti d'ufficio perché "indebitamente rifiutavano di trasferire il paziente con assoluta urgenza presso un reparto idoneo".

"Esprimiamo soddisfazione per il grande lavoro svolto dai pm. Quando è stato arrestato Stefano stava bene ed è morto in condizioni terribili perché stava male dopo essere stato picchiato dagli agenti di polizia penitenziaria. Stefano è stato picchiato perché si lamentava e chiedeva farmaci. Questa è la tremenda verità che emerge chiaramente dal capo d'imputazione particolarmente articolato. Non dimentichiamo che senza quelle botte Stefano non sarebbe morto. I medici si devono vergognare e non sono più degni di indossare un camice". Lo si legge in una nota della famiglia Cucchi.

La sorella di Stefano a SKY TG24: "E' morto per un brutale pestaggio"



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