Fashion Stake, e l’alta moda diventa democratica

Il sito di Fashion Stake, il nuovo social network dedicato all'alta moda
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Ecco il social network che permette a chiunque di diventare (o finanziare) uno stilista. Come? Adottando il modello del crowdsourcing, in cui sono gli utenti a decidere quale sarà il trend della prossima stagione

di Floriana Ferrando

Siete appassionati di moda e di tecnologia? Ecco quello che fa per voi: Fashion Stake, il social-network ispirato a Facebook e Twitter dedicato all’alta moda pronto a sbarcare online nelle prossime settimane.

Non si tratta della solita piazza virtuale dove scambiarsi opinioni e consigli sull’abito più fashion e la pettinatura più glamour, Fashion Stake offre molto di più. Il progetto, realizzato da alcuni studenti della Harvard Business School, mette in discussione l’intera industria della moda riproponendola in chiave 2.0.

L’idea di base si ispira al modello del peer-to-peer, lo scambio e la condivisione di file che ha stravolto il mondo della musica. Perché non applicarlo anche allo scintillante panorama della moda? D'altronde, spiega Thomas Eisenmann, professore di Harvard impegnato nello studio di piattaforme che sfruttano gli effetti dell’economia di rete, quella seguita da Fashion Stake è la strada del futuro.

Il progetto si basa su un modello di business chiamato crowdsourcing, attraverso il quale gli imprenditori entrano in contatto diretto con i clienti e i finanziatori. Daniel Gulati, amministratore delegato della società e studente, spiega che allo stato attuale sono le grandi industrie a decidere ciò che il pubblico andrà a consumare: "Perché mai dovremmo lasciare che siano un paio di persone a decidere che cosa il pubblico vuole?”.

Con Fashion Stake la musica cambia e il potere finisce in mano alle folle, non a caso, il motto del progetto è proprio “Democratizziamo la moda”. Gli utenti avranno la possibilità di finanziare gli stilisti emergenti, scoprendo direttamente online le collezioni e comprando quote delle collezioni preferite in cambio di crediti per l’acquisto di vestiti. E c’è di più: gli utenti potranno anche scambiare idee e consigli con i designer della moda per le creazioni future, attribuendo un voto alle collezioni. Insomma, una partecipazione a 360 gradi.

I sostenitori del crowdsourcing dicono che questo modello offre ai consumatori un’alternativa più flessibile ed economica, salta infatti un anello della tradizionale catena commerciale: il rivenditore è tagliato fuori. E così i prezzi si abbassano.

Dunque un’ottima opportunità per il pubblico, come anche per gli aspiranti stilisti che riusciranno forse a trovare più facilmente finanziatori, come spiega la fashion designer americana Althea Harper. Tra l’altro il modello del crowdsourcing sta già funzionando bene in ambiti come l’editoria e il giornalismo: basta guardare l’esempio fornito da Spot.Us, un sito web che chiede agli utenti di finanziare inchieste giornalistiche, o ancora, JournalismFund e l’italiano YouCapital.

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