Lo strano caso del pirata ubriaco

Un internet point (Credits: Ap)
1' di lettura

Per millenni dimenticare è stata la norma e ricordare l'eccezione. Con l'avvento di internet tutto è cambiato. In "Delete" (Egea), Viktor Mayer-Schönberger racconta quanto la privacy sia a rischio nell'era digitale. Leggi uno stralcio del saggio

di Viktor Mayer-Schönberger

Stacy Snyder voleva fare l’insegnante.
Nell’aprile 2006, la venticinquenne madre single, aveva completato il tirocinio e non vedeva l’ora di cominciare a lavorare. Ma il suo sogno si infranse: venne convocata dai funzionari dell’università che le dissero che non avrebbe potuto insegnare, nonostante avesse tutte le carte in regola, avesse superato tutti gli esami e completato il tirocinio con il massimo dei voti.
Le venne negata l’abilitazione perché – così le dissero – il suo comportamento non si addiceva a quello di un’insegnante.
Il suo comportamento? Una foto online la ritraeva con un cappello da pirata mentre beveva da un bicchiere di plastica.
Stacy Snyder l’aveva postata sulla sua pagina di MySpace con scritto sotto «pirata ubriaco» perché i suoi amici potessero farsi quattro risate. L’amministrazione universitaria – allertata da un iperzelante insegnante della scuola in cui Stacy stava facendo il tirocinio – ritenne che non fosse professionale: c’era il rischio che i bambini potessero vedere la foto dell’insegnante che beveva. Stacy pensò di toglierla, ma il danno era ormai fatto: la pagina era stata indicizzata dai motori di ricerca e la foto archiviata dai web crawler.

Internet avrebbe ricordato ciò che Stacy voleva dimenticare. Stacy in seguito fece causa all’università, ma perse. Sostenne che l’aver postato la foto non poteva essere considerato un comportamento non professionale per un’insegnante alle prime armi. Dopo tutto la foto non mostrava il contenuto del bicchiere e se anche lo avesse fatto, la mamma single di un bambino di due anni era abbastanza adulta da poter bere a una festa privata.
Tuttavia, la questione che ci interessa non è tanto la validità (o stupidità) della decisione presa dall’università, ma qualcosa di molto più ampio: l’importanza dell’oblio.
Fin dalle origini dell’umanità, dimenticare è stata la norma e ricordare l’eccezione. Oggi, con l’avvento della tecnologia digitale e dei network globali, questo equilibrio si è ribaltato, tanto che dimenticare è diventato l’eccezione e ricordare la norma. Come e perché sia successo, quali siano le potenziali conseguenze per noi come individui e per la società nel suo insieme e cosa possiamo fare (se possiamo fare qualcosa) è proprio il tema centrale del libro.

Se qualcuno pensa che Stacy sia l’eccezione, si sbaglia. Da allora vi sono state decine di casi di grande imbarazzo e persino cause legali: dall’avvocato che non riesce a far dimenticare a internet l’articolo che ha scritto per il giornalino scolastico una decina di anni prima, alla giovane inglese che ha perso il lavoro per averlo definito «noioso» su Facebook.
Nel 2008 erano più di 110 milioni le persone che avevano una loro pagina su MySpace, proprio come Stacy Snyder. Ma non è tutto: a inizio 2009, Facebook, il diretto concorrente, aveva creato 175 milioni di pagine per singoli utenti.
Facebook e MySpace operano soprattutto sul mercato statunitense (anche se la situazione è in divenire), ma il fenomeno non è esclusivamente americano. Orkut, il social network di proprietà di Google, conta più di 100 milioni di utenti, soprattutto in Brasile e India. Una buona dozzina di altri siti nel mondo rappresentano almeno altri 200 milioni di utenti. Si tratta di cifre che riflettono un trend più generale. I primi anni di diffusione di internet, culminati nella bolla delle dotcom, sono stati quelli dell’accesso all’informazione e dell’interazione con gli altri attraverso il network globale (quello che possiamo chiamare il Web 1.0).

Nel 2001, gli utenti hanno iniziato a capire che internet non era solo un network per ricevere informazioni, ma anche per produrle e condividerle (ciò che spesso viene definito il Web 2.0). Sono stati soprattutto i giovani ad abbracciare le possibilità del Web 2.0.
A fine 2007, una ricerca sui trend emergenti dell’americana Pew Research ha rilevato che 2 teenager su 3 hanno «partecipato a una o più attività di creazione di contenuti presenti su internet» e che le ragazze lo fanno più dei ragazzi (in termini sia di creazione che di condivisione). In una giornata media, Facebook riceve 10 milioni di richieste al secondo dagli utenti di tutto il mondo. Come hanno accuratamente dimostrato John Palfry e Urs Gassers, nella cultura giovanile di tutto il mondo è ormai molto radicato rendere pubbliche le informazioni personali – che si tratti di entry su Facebook, diari e commenti (spesso sotto forma di blog), foto, amicizie e relazioni (come i «link» e gli «amici»), preferenze personali (tra cui foto online e tag), aree geografiche (con il geo-tagging o siti quali Dopplr) o brevi testi (twitter).

Man mano che questi giovani crescono e che un maggior numero di adulti adotta comportamenti analoghi, casi come quello di Stacy Snyder diventano paradigmatici non solo per una generazione, ma per tutta la società nel suo complesso. È stato il Web 2.0 ad alimentare questo sviluppo, ma vi hanno contribuito anche i media tradizionali – abbinati al potere di internet. Prendete il caso di Andrew Feldmar, psicoterapeuta quasi settantenne di Vancouver7.
Nel 2006, andando a prendere un amico all’aeroporto di Seattle- Tacoma International, si accinse ad attraversare la frontiera tra Stati Uniti e Canada, come aveva fatto centinaia di volte. Ma quel giorno, l’agente in servizio digitò il nome di Feldmar su un motore di ricerca. E venne fuori un articolo che il terapeuta aveva scritto per una rivista multidisciplinare nel 2001, in cui accennava di aver fatto uso di LSD negli anni Sessanta.
Venne trattenuto per ore, gli presero le impronte digitali e, dopo aver firmato un foglio in cui dichiarava di aver assunto sostanze stupefacenti quasi quarant’anni prima, gli venne negato per sempre l’ingresso negli Stati Uniti. Andrew Feldmar, professionista affermato e senza macchia, aveva sì violato la legge prendendo l’LSD negli anni Sessanta, ma non ne aveva più fatto uso dal 1974 in poi, ovvero per oltre trent’anni rispetto al momento in cui la polizia di frontiera lo ha fermato.
Per lui, gli anni Sessanta sono un periodo della vita ormai lontano, l’LSD un reato che pensava che la società avesse dimenticato da tempo perché irrilevante rispetto alla persona che è ora. Ma con la tecnologia digitale la capacità di dimenticare della società è temporaneamente sospesa, sostituita da una memoria perfetta.

Nel caso di Stacy Snyder c’è chi pensa che se la sia voluta: è stata lei a postare la foto sul web e ad aggiungere un titolo ambiguo. Forse non aveva pensato che il mondo intero avrebbe potuto vedere la sua pagina e che la foto sarebbe rimasta per molto tempo negli archivi di internet, anche una volta tolta da MySpace. Essendo della generazione di internet, avrebbe dovuto valutare con maggiore accuratezza che cosa rendere pubblico. La situazione è invece diversa per Andrew Feldmar.
Quasi settantenne, lungi dall’essere un giovane nerd della rete, probabilmente non aveva previsto che un articolo pubblicato su una rivisticula avrebbe potuto diventare un giorno facilmente accessibile a tutto il mondo. Che shock inaspettato deve essere stato cadere vittima della memoria digitale. Ma anche se Stacy e Andrew l’avessero saputo, è giusto che chiunque riveli un’informazione ne perda il controllo per sempre e non abbia voce in capitolo sul fatto che internet la debba dimenticare? Vogliamo un futuro che non è in grado di perdonare perché non è in grado di dimenticare?
«Uno stupido errore adolescenziale può avere implicazioni gravissime e rimanere registrato per sempre», commenta Catherine Davis, co-presidente di PTA9. Se temiamo che qualsiasi informazione su di noi ci possa sopravvivere, siamo ancora disposti a esprimere liberamente la nostra opinione su pettegolezzi di poco conto, a condividere esperienze personali, a commentare fatti politici – o preferiamo autocensurarci?

Lo scoraggiamento indotto da una memoria perfetta altera il nostro comportamento. Sia Snyder sia Feldmar con il senno di poi si sarebbero comportati in maniera diversa. «Attenti a quello che postate online», ha detto la prima e il secondo ha aggiunto: «Dovete essere consapevoli che la vostra impronta elettronica sarà usata contro di voi. Non può essere cancellata». Ma la scomparsa della capacità di dimenticare ha conseguenze molto più vaste e travolgenti di un attacco frontale alla reputazione che ogni essere umano si è costruito nel tempo.
Se tutte le attività passate, trasgressive e non, sono sempre presenti, come facciamo a pensare e agire liberamente? Il ricordo perfetto può renderci incapaci di perdonare noi stessi e gli altri? Certo, stante che Snyder e Feldmar hanno volontariamente reso pubbliche delle informazioni su di loro, potremmo dire che sono responsabili delle conseguenze dei loro atti.
Tuttavia, spesso ciò avviene senza esserne consapevoli.
Copyright © 2009 by Princeton University Press - Copyright © 2010 EGEA


Tratto da Viktor Mayer-Schönberger, Delete. Il diritto all'oblio nell'era digitale, Egea, pp. 192, euro 19

Viktor Mayer-Schönberger è direttore dell'Information and Innovation Policy Reserach Centre alla Lee Kuan School of Pubblic Management della National University of Singapore.

Leggi tutto