Suona il telefono, condannato vicesindaco che parlava troppo

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Un anno e sei mesi di carcere in primo grado al vicesindaco di Verbania, Marino Barassi, colpevole di avere utilizzato il telefonino del Comune, cumulando bollette fino a 4.000 euro. L’imputato: “colpa di un virus”. E fa ricorso in appello

C’è chi ne avrebbe fatto uno strumento per concussione e chi invece si è accontentato di farne uno strumento e basta, pagato peraltro a caro prezzo dalla collettività.
Suona il telefono e la politica risponde. Dopo il clamore suscitato dalle polemiche per le recenti indagini della procura di Trani (e il conseguente carosello di dichiarazioni sull’opportunità di una nuova legge sulle intercettazioni), le conversazioni telefoniche degli amministratori finiscono di nuovo in tribunale.

Stavolta, l’imputato si chiama Marino Barassi e fa il vicesindaco di Verbania. Il suo caso però, non ha nulla a che fare con indebite pressioni o presunte rivelazioni giudiziarie.
È infatti molto più banale: secondo i magistrati, avrebbe utilizzato il cellulare assegnatogli dalla sua amministrazione comunale, accumulando in un paio di anni bollette fino a 4.000 euro. Per questa ragione, si è beccato una condanna in primo grado a un anno e sei mesi di carcere.

Secondo gli inquirenti, infatti, il numero due del Comune avrebbe maneggiato internet e i suoi reami con rara ostinazione e – cosa più importante – a costo dei contribuenti.
Tutta colpa di un virus finito nel portatile e poi trasmesso via bluetooth al cellulare, si è giustificato il diretto interessato.
Sottoposto a perizia, il pc è però risultato immacolato. Il povero Barassi, invece, no: per i giudici di primo grado del tribunale verbanese è colpevole. Il vicesindaco ha già presentato ricorso. Nell’attesa, è consigliata una rapida escursione al centro di telefonia più vicino: le offerte abbondano. Basta pagare.

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