Processo Nassiriya: La Russa scrive ai parenti delle vittime

La lettera del ministro della Difesa Ignazio La Russa
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Il ministro della Difesa si dice estraneo alla legge salva-generali che blocca i procedimenti giudiziari in corso contro comandanti della base italiana in Iraq: pronti ad accettare eventuali richieste di risarcimento

di Gianni Barbacetto

Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha scritto una lettera ai feriti e ai familiari delle vittime della strage di Nassiriya. Due pagine che arrivano dopo la legge che di fatto blocca i processi in corso ai comandanti della base italiana in Iraq, attaccata dai terroristi il 12 novembre 2003. Nella lettera, il ministro sostiene di essere estraneo alla legge salva-generali che – dice – è stata voluta dal Parlamento. Dichiara di non aver ancora deciso se bloccare o no i processi: «Non ho fin qui maturato un orientamento univoco». Chiede ai feriti e ai famigliari delle vittime di scrivere il loro parere a proposito. E si dice pronto ad accettare eventuali richieste di risarcimento, per chiudere la partita: «Mi piacerebbe che fossero avanzate richieste serene e precise», per individuare «il giusto livello di riparazione».

L’ATTENTATO. Alle 10.40 del 12 novembre 2003, un camion cisterna forzò senza troppa fatica il posto di blocco all’ingresso della base italiana a Nassiriya, in Iraq, seguito da un altro automezzo imbottito d’esplosivo. I kamikaze iracheni alla guida dei due veicoli provocarono 19 morti italiani, almeno nove iracheni e un gran numero di feriti. Il giorno dei solenni funerali di Stato, a Roma, fu un momento di grande commozione per tutto il paese. Poi però venne anche il momento delle responsabilità. I comandanti furono accusati di «imprudenza, imperizia e negligenza». Per aver sottovalutato gli allarmi ricevuti prima dell’attacco. Per non aver adeguatamente protetto la base, con i necessari sbarramenti all’ingresso. Per aver riempito i blocchi anticarro non di sabbia, ma di ghiaia e sassi, che al momento dell’attentato si sono trasformati in terribili proiettili. Per aver posizionato il deposito munizioni a ridosso degli alloggi militari, con il risultato che le munizioni italiane hanno moltiplicato il volume di fuoco dell’esplosivo iracheno.

I PROCESSI. Per non aver fatto tutto il possibile per proteggere gli impianti dagli attacchi terroristici, sono finiti sotto processo tre alti ufficiali italiani. Il generale dell’esercito Bruno Stano, nel novembre 2003 comandante della missione italiana in Iraq “Antica Babilonia”. Il generale Vincenzo Lops, che lo aveva preceduto al comando della base. E il colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli, allora comandante dei carabinieri a Nassiriya. Il generale Stano è stato condannato in primo grado a 2 anni di reclusione e poi assolto in appello (non per non aver commesso il fatto, ma per aver obbedito a ordini superiori). Ora la sua posizione è al vaglio della Cassazione, che potrebbe confermare l’assoluzione oppure bocciarla. Il colonnello Di Pauli è invece imputato in un processo in corso a Roma. Il generale Lops, imputato con lui, è stato assolto già in primo grado.

LA LEGGE SALVA-GENERALI. Negli ultimi giorni del 2009 è stata approvata una legge che di fatto blocca i processi militari per la strage di Nassiriya. La norma è nascosta in un comma della legge che proroga le missioni militari italiane all’estero. Approvata, nella disattenzione generale, il 29 dicembre 2009 e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 31, mentre l’Italia preparava i botti di Capodanno. Il comma 1-octies (cioè ottavo) dice: «All’articolo 260, primo comma, del codice penale militare di pace, di cui al regio decreto 20 febbraio 1941, n. 303, le parole: “e 112” sono sostituite dalle seguenti: “112, 115, 116, secondo comma, 117, terzo comma, e 167, terzo comma”». Sembra cabala, ma l’effetto è semplice e preciso: d’ora in avanti, per processare un soldato o un ufficiale, imputati delle quattro fattispecie di reato indicate dai numeri elencati, i Tribunali militari dovranno avere la richiesta del ministro. Anche per il reato 167 terzo comma, cioè «l’omissione delle cautele atte a evitare la distruzione o il sabotaggio delle basi militari»: proprio il reato contestato al generale Stano e al colonnello Di Pauli. Dunque i processi per Nassiriya sono finiti, a meno di una improbabile richiesta del ministro di procedere contro i militari imputati. Dunque, d’ora in avanti, i Tribunali militari per procedere nei confronti di un soldato o di un ufficiale devono avere il via libera del ministero. Nella vicenda di Nassiriya dovrà essere il ministro della Difesa La Russa a chiedere di mandare alla sbarra i generali. «È chiaro che così i processi sono già morti», dicono gli avvocati di parte civile Rino Battocletti, Alessandro Gamberini, Ginevra Paoletti e Dario Piccioni.

LE REAZIONI. Gli avvocati hanno reagito ponendo la questione di costituzionalità. Ritengono che la norma sia in contrasto con la Costituzione. Ora ecco la lettera del ministro della Difesa. Nei prossimi giorni arriveranno le reazioni dei feriti e delle famiglie delle vittime che si sono costituite parte civile nei processi a Stano e Di Pauli.

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