A L’Aquila “le persone sono state trattate come pacchi”

Il borgo di Castelnuovo nel mese di aprile. Agenzia fotografica Massimo Sestini
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Una ricostruzione che “ha sfaldato il tessuto sociale”, il G8 “che è stato solo un costo”: a un anno dal sisma l’inchiesta video di Action Aid. Guarda in anteprima la terza puntata e leggi l’intervista al direttore campagne Daniele Scaglione

di Chiara Ribichini

“Se le cose dovessero andar male voglio che accada solo per colpa nostra e non perché qualcun altro ha scelto per noi”. E’ il desiderio di un ragazzo aquilano che ha visto la propria casa trasformarsi in macerie il 6 aprile 2009. A lui e agli altri sfollati ha voluto dar voce Action Aid, un’organizzazione internazionale presente in oltre 32 paesi al mondo che si occupa di lotta alla fame e di difesa dei diritti umani, in L’Aquila a pezzi, un’inchiesta video in nove puntate realizzata da Cecilia Mastrantonio e Sebastiano Tecchio “per far parlare la popolazione e per capire cosa pensano i terremotati del progetto casa”, come spiega il direttore delle campagne Action Aid Daniele Scaglione.

“A L’Aquila sono stati molto bravi a gestire l’emergenza. Poi, però, è stata fatta una ricostruzione non sulla base delle esigenze delle persone. Sono state costruite delle new town dove non c’è niente se non un alloggio. Non è stato realizzato un contesto sociale, mancano i mezzi di trasporto” spiega. In altre parole: “Le persone sono state trattate come pacchi, sono state prese e spostate”. Le proteste delle carriole delle ultime settimane sembrano dunque essere la punta dell’iceberg di un malcontento nato molto presto, subito dopo la fase di emergenza.

A differenza di quello che solitamente accade nel caso di catastrofi come i terremoti “in Abruzzo non si è pensato a una soluzione di emergenza per poi valutare con calma una ricostruzione, ma subito a una soluzione definita del progetto case” prosegue Scaglione. E, ai molti che hanno proposto il modello adottato a L’Aquila per affrontare la più recente e più grave emergenza terremoto ad Haiti, il direttore campagne Action Aid risponde con una controbattuta: “E’ vero il contrario. Nell’isola caraibica si sta dando molto più ascolto alla popolazione. In una situazione di estrema povertà come quella haitiana si è dato spazio alle organizzazioni umanitarie. Stiamo ragionando con le persone. Stiamo cercando di fare avere loro un lavoro. A L’Aquila, in una nazione come l’Italia, ci siamo affidati invece alle istituzioni. E il risultato è che il tessuto sociale è stato sfaldato dalle politiche di ricostruzione” .

Centrale nell’inchiesta L’Aquila a pezzi anche il G8 dello scorso giugno, al quale la stessa organizzazione ha dedicato un altro approfondimento dal titolo Le crepe delG8. “Lo spostamento del G8 da La Maddalena a L’Aquila è stato fatto per portare benefici a una terra duramente colpita dal sisma. Ma quali? Si è parlato del turismo ma oggi, dati alla mano, possiamo dire che il settore non ne ha tratto alcun giovamento. Anche la raccolta fondi per i monumenti è andata molto al di sotto delle aspettative. La verità è che il G8 è stato solo un costo”. L’unico aspetto positivo del G8 a L’Aquila è, secondo Action Aid, l’aver dimostrato che volendo e investendo tanti soldi si può fare tutto. “Se sono riusciti a organizzare un vertice così importante in una zona come quella colpita dal terremoto, vuol dire che si può fare anche altro” dice Scaglione.

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