L'Italia? "Il Paese delle badanti"

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Adulte, istruite e in cerca di un lavoro a tempo pieno: è questo l'identikit delle donne che ogni anno arrivano dall'Europa dell'Est. In un saggio pubblicato da Meltemi, Francesco Vietti ne racconta la storia. Leggine uno stralcio in esclusiva su Sky.it

di Francesco Vietti

“Sono arrivata a Torino nel 2003, senza grandi difficoltà. Salii sul pulmino a Ungheni e scesi a Torino, due giorni dopo, dove mi aspettava mia cugina Natalia.
Fu facile, perché io avevo il passaporto romeno, e potevo viaggiare come turista. All’epoca per me era stata una gran fatica comprare il passaporto romeno, ma ora capisco che chi l’ha fatto oggi può dirsi fortunato. Gli altri, quelli che hanno solo passaporto moldavo, oggi devono spendere 3.000 euro per partire e poi in Italia sicuramente diventeranno tutti irregolari, senza contare che lavoreranno per ripagare tutti i debiti che si sono fatti per venire”.

Il primo arrivo in Italia è un momento fondamentale per la vita di tutti i migranti. Come raccontano Spanò e Zaccaria (2003) nella loro ricerca sulle badanti ucraine e polacche a Napoli, spesso le modalità del viaggio e i primi giorni dopo l’approdo nel nuovo paese sono fondamentali nel differenziare i percorsi migratori delle lavoratrici che provengono dall’Europa dell’Est.
C’è chi trova una parente ad accoglierla e in pochi giorni comincia a lavorare sostituendo un’altra badante che torna in patria, chi incontra un’intermediaria che dietro compenso le venderà un posto di lavoro, chi non conosce nessuno e si affida a un numero di telefono di una compaesana partita anni prima.
Ognuna si trova in un determinato anello della catena migratoria che unisce Italia e Moldavia e deve giocarsi tutte le risorse che il suo capitale sociale le mette a disposizione. Fondamentale per analizzare le possibili traiettorie di questo processo è la network analysis, l’analisi delle reti di legami e contatti che le badanti possono attivare per il proprio inserimento sociale e lavorativo.

Ricerche di tipo quali-quantitativo (Iori 2009) dimostrano come la maggior parte delle donne che emigrano dall’Europa dell’Est arrivino in Italia da sole, in età adulta, secondo progetti migratori che le vedono ricoprire la figura di breadwinner a favore di nuclei famigliari bisognosi di un rilancio economico.
Si tratta di donne con un alto grado di formazione che in patria non erano disoccupate, ma svolgevano impieghi scarsamente redditizi e che dimostrano un alto grado di agency assumendosi la responsabilità e l’iniziativa di donne primo-migranti, compiendo così anche un personale percorso di emancipazione. Il loro progetto migratorio è, almeno nelle intenzioni, di breve-medio periodo, finalizzato all’invio a casa della maggior quantità possibile di rimesse a favore della famiglia.
A tale scopo il primo impiego ricercato dopo l’arrivo in Italia è quello “fisso”, che prevede l’impegno 24 ore su 24 e la convivenza con l’assistito, in modo da ridurre al minimo le spese e massimizzare i guadagni.
Con il passare del tempo si cerca poi spesso di passare a un lavoro “a ore” che permetta di avere più tempo libero e maggiori spazi per le relazioni sociali a fronte della necessità di minori introiti e un’accresciuta disponibilità di spesa.

Le interviste raccolte in diversi contesti locali e in diversi gruppi nazionali confermano che si tratta di un vero “ciclo vitale del lavoro di cura”, adottato dalla maggior parte delle donne durante l’evoluzione della loro esperienza migratoria. Il ricongiungimento familiare e la scelta di far venire in Italia marito e figli in un percorso di ricomposizione del nucleo familiare “al femminile” (Favaro, Colombo 1993; Balsamo 2003; Castagnone et al. 2007) sono una variabile fondamentale di questo processo. Le possibilità di mobilità occupazionale o al contrario il rischio di immobilità e incapsulamento in ambiti marginali o devianti dipendono in larga misura dalla qualità dei networks personali delle badanti (Ambrosini 2001).
Le reti etniche e le catene migratorie costituiscono un canale fortissimo per la condivisione di informazioni, l’inserimento lavorativo e la soluzione dei problemi burocratici, linguistici o residenziali delle immigrate. Il mercato del lavoro di cura, in particolare, è regolato da un complesso reticolo informale attraverso cui le badanti legate da vincoli parentali o amicali gestiscono segnalazioni, assunzioni e sostituzioni di lavoro con l’intento di acquisire una certa libertà di movimento senza perdere l’occupazione faticosamente acquistata.

Tale sistema circolare di favori reciproci è definito blat dalle donne dei paesi ex sovietici e fa sì che, come nel caso di Rosa e Giovanni, siano spesso numerose le badanti che ruotano attorno a un’unica famiglia italiana dandosi il cambio e sostituendosi a seconda delle esigenze. L’aumento vertiginoso dell’offerta di lavoro nel settore della cura, come evidenzia anche la testimonianza raccolta al Puntolavoro di Torino, ha portato negli ultimi anni a casi di rottura di questo sistema basato sulla fiducia reciproca e all’emergere della pratica della vendita del lavoro (Mazzacurati 2005). Il rapporto con le connazionali viene coltivato nei pochi momenti liberi dal lavoro.

Non potendo utilizzare le case in cui si vive e non disponendo di luoghi di aggregazione specifici, sono spesso le piazze e le panchine i luoghi privilegiati per coltivare le proprie relazioni sociali. In tutte le città italiane, metropoli o centri di provincia che siano, si trova una “piazza delle badanti” dove le donne si incontrano per chiacchierare e passare il tempo. Si tratta sostanzialmente delle uniche occasioni in cui le badanti, invisibili per la stessa natura della loro condizione e del loro lavoro (Tassinari, Valzania 2003), si aggregano e diventano persone (Dal Lago 1999). Per il resto del tempo, come ricorda Dal Lago, sono i documenti o meglio la mancanza dei documenti a fare delle badanti delle non-persone e a segnarne i percorsi di vita.
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Tratto da Francesco Vietti, Il Paese delle badanti, Meltemi, editore, pp.238, euro 20

Francesco Vietti ha condotto ricerche sul campo nei Balcani e nelle repubbliche ex sovietiche e collabora con il Centro interculturale della Città di Torino. Attualmente svolge il dottorato di ricerca in "Migrazioni e processi interculturali" presso l'Universitàd egli Studi di Genova. Tra le sue pubblicazioni: Cecenia e Russia. Storia e mito del Caucaso ribelle.

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