Cold case all'italiana, se la giustizia è in differita

Nella foto Simonetta Cesaroni, trovata morta il 7 agosto del 1990 nell'ufficio dove lavorava in via Poma 2 (Roma)
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Torna oggi in Aula l'ex fidanzato di Simonetta Cesaroni. Dal giallo di via Poma alla scomparsa di Emanuela Orlandi, dall'omicidio Calabresi al caso Carretta: tanti misteri (presunti o tali), fragili verità e con processi che si aprono anche 20 anni dopo

di Gianni Barbacetto

Avremo (forse) il “processo breve”, ma siamo il paese della giustizia lenta, dei casi aperti, delle storie infinite. Se gli sceneggiatori della serie tv americana “Cold case” si trasferissero in Italia, avrebbero materiale per andare avanti cent’anni. Riapriamo a due decenni di distanza il caso dell’omicidio di via Poma. Celebriamo dodici processi sulla strage di piazza Fontana, senza risultati. Risolviamo dieci anni dopo il giallo Carretta. E poi: è ancora aperta la vicenda di Emanuela Orlandi, la quindicenne scomparsa nel 1983, un mistero che coinvolge Vaticano, caso Calvi, banda della Magliana... E ancora: Raul Gardini si è davvero suicidato? E Sergio Castellari, come ha fatto a uccidersi e poi a riporre la pistola nella cintura dei pantaloni?

L’Italia è paese dai tempi lunghi. Sono passati due decenni da quando scoppiò il caso di via Poma, il giallo dell’estate. Era il 7 agosto 1990 e una ragazza di vent’anni, Simonetta Cesaroni, venne trovata morta nell’ufficio dove lavorava, in via Poma 2, scala B, terzo piano, appartamento numero 7. Il corpo seminudo devastato dai colpi di una lama, forse un tagliacarte, un morso sopra un capezzolo. In cella fu subito rinchiuso il portiere dello stabile, Pietrino Vanacore. Poi scagionato. Il giallo restò a lungo senza soluzione. Ma nell’autunno 2004, quattordici anni dopo, ecco che il caso freddo si scalda. Entra in scena la tecnologia: vengono analizzati con i nuovi metodi scientifici l’ombrello, l’orologio, i calzini, il fermacapelli, il corpetto, il reggiseno, la borsa di Simonetta Cesaroni. E poi un tagliacarte dell’ufficio, probabile arma del delitto. E, ancora, il vetro dell’ascensore della scala B, su cui quattordici anni prima furono trovate tracce di sangue. Sul corpetto e sul reggiseno vengono trovate tracce di saliva, Dna maschile.

Nel settembre 2007 le indagini convergono su un indiziato: Raniero Busco, il fidanzato di Simonetta. Secondo gli investigatori, il Dna trovato sugli indumenti della ragazza è il suo. Sostengono sia sua anche l’impronta dei denti sopra il capezzolo: lo rovina una particolare conformazione degli incisivi inferiori che hanno lasciato sul seno sinistro un piccolo segno a V. Il 3 febbraio scorso, prima udienza del processo a Roma. Raniero Busco, 44 anni, è imputato di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Arriva in tribunale accompagnato dalla moglie. È terreo. Si lascia andare. Piange. Fuori, gli amici indossano le magliette con la scritta: «Via Poma: Raniero è innocente».

Ferdinando Carretta, invece, oggi ha 48 anni. Nel 1989, quando ne aveva 27, fece un lavoro accurato, lo scrupoloso sterminio della sua famiglia: papà Giuseppe, mamma Marta, il fratellino Nicola. Fece sparire i corpi, poi ripulì con cura l’appartamento-mattatoio di via Rimini 8, a Parma, in cui viveva quella famiglia Carretta che di colpo non c’era più. Disse che i suoi erano partiti per un viaggio in camper. Poi scomparve anche lui. Per dieci anni. Il caso Carretta, un’intera famiglia scomparsa nel nulla, restò a lungo un mistero, il “giallo del camper”. Ma un decennio dopo, a Londra, un poliziotto impegnato in controlli stradali chiede i documenti a un pony express e su quei documenti legge un nome che è nella lista Interpol delle persone scomparse: è Ferdinando Carretta. Viene fermato e rimandato in Italia. Confessa in diretta tv, davanti alle telecamere di «Chi l’ha visto?».

Nel 1999 il processo, la condanna. L’ex ragazzo è dichiarato “incapace d’intendere e volere”, ma solo al momento della mattanza. Così mantiene i diritti civili, tra cui la potestà d’ereditare i beni della famiglia che ha sterminato. Dopo sette anni e mezzo nell’ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere e un anno e mezzo in comunità, oggi ha ereditato appartamenti e conti in banca per 350 mila euro. Anche la casa di via Rimini 8: «Ma non me la sento di tornare a vivere lì, la terrò in affitto», dichiara alla Gazzetta di Parma.

È stata la sorte, dunque, a scaldare il caso Carretta, la casualità che si presenta in divisa da poliziotto, ferma un pony express e scopre un assassino. A scaldare il caso di via Poma è stata la tecnologia, che riesce oggi a scoprire cose impensabili solo dieci anni fa. Non sono bastati quarant’anni e dodici processi, invece, a risolvere il mistero di piazza Fontana: gli ultimi imputati condannati in primo grado, ma assolti in appello. Qui dalla cronaca nera si passa alla guerra politica combattuta in Italia a colpi di bombe tra gli anni Sessanta e i Settanta. Qui hanno prevalso i depistaggi, i testimoni sottratti, le prove fatte sparire per non permettere di arrivare a una verità intuita, ma senza colpevoli processualmente accertati.

Quando poi i processi accertano una vicenda e condannano un gruppo di imputati, come per l’omicidio Calabresi, ci pensa la passione politica a complicare le cose, rendendo incredibile la condanna, almeno per una parte del paese. Più facile la cronaca, anche se non bisogna credere che certi strumenti scientifici (come l’esame del Dna) siano sempre risolutivi. All’incrocio tra storia pubblica e vicende privatissime (come la scelta di togliersi la vita), ci sono casi che risultano processualmente chiusi, ma lasciano aperti molti dubbi: il suicidio di Gardini è stato oggetto di inchieste, ricostruzioni, perfino romanzi che mettono in dubbio la verità ufficiale e ipotizzano l’omicidio, escluso dai processi. Come nel caso del bancarottiere Michele Sindona, ucciso da un caffè al cianuro nel carcere di Voghera subito dopo la sua condanna come mandante dell’assassino di Giorgio Ambrosoli, l’“eroe borghese” che si oppose al salvataggio di Sindona a spese del contribuente. Un libro recente (“Il caffè di Sindona”, di Gianni Simoni e Giuliano Turone) riafferma che non ci fu complotto, che il bancarottiere si uccise, inscenando però il suicidio come un omicidio, per gettare ombre di mistero anche sulla sua fine: impossibile, del resto, trangugiare fino in fondo un caffè al cianuro – puzza insopportabile, sapore disgustoso – se non volontariamente.

Più intricata la vicenda di Castellari, ex direttore generale delle Partecipazioni statali, trovato morto il 25 febbraio 1993 nella campagna romana. Suicida, ma con la pistola infilata nei pantaloni e le suole delle scarpe pulite, malgrado il fango tutto attorno. Prima della sua scomparsa era stato interrogato dai giudici sulla “madre di tutte le tangenti”, la supermazzetta Enimont, e poi aveva incontrato Giulio Andreotti. Caso chiuso: suicidio. Riaperto nel 1997, ma senza risultati.
Resta lungo l’elenco dei misteri italiani, veri o presunti; dei complotti, reali o immaginari. E resta fragile, per la giustizia umana, la capacità di avere prove certe. La giustizia è sempre un percorso a ostacoli: ha risultati indubitabili, sicuri, geometrici solo nei romanzi, nei gialli, nei film. Proprio per questo sarebbe utile non aggiungere alle difficoltà quotidiane di investigatori e giudici anche delegittimazione, attacchi, leggi ammazzaprocessi, carenze di mezzi, sottrazione di strumenti (come le intercettazioni telefoniche). I casi freddi restano lì, buoni buoni, ad aspettare che qualcuno, o qualcosa, apra uno squarcio su una verità difficile da conquistare.

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