Io, stuprata in strada, e la fatica di avere giustizia

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Una donna aggredita a Milano da uno sconosciuto racconta la paura, i sensi di colpa, il timore di non essere creduta e le difficoltà del processo, nella città dove è denunciata almeno una violenza al giorno. Ma quelle che si verificano sono molte di più

di Cristina Bassi

“Lo stupro ti uccide lasciandoti viva. Ho continuato a sopravvivere, pur essendo morta, per cinque anni, dal giorno della violenza al giorno in cui il mio aggressore è stato condannato”. Paola ha quarant’anni, un sorriso dolce e una casa sul lago. I suoi occhi azzurri trasmettono una forza che sembra innata e che invece è la faticosa conquista della disperazione e del riscatto. È una donna di Milano, la città in cui si consuma più di una violenza al giorno. E dove sono ancora poche le vittime che denunciano e affrontano un processo.

Paola ha scalato la montagna. Con l’aiuto del suo avvocato, una donna, e il sostegno di pochi amici. Non quello dei suoi genitori, cui non ha mai raccontato di quella notte di giugno del 2000. Oggi la ricorda con poche esitazioni, descrive una situazione fin troppo comune. “Dopo essere stata fuori con gli amici, torno a casa sola con la mia macchina, sono più o meno le 4 del mattino. Parcheggio sotto casa, non lontano da via Padova, mentre scendo dall’auto un uomo mi assale da dietro tappandomi la bocca e mi spinge nell’abitacolo. Mi punta un coltello alle costole, ‘non urlare e non guardarmi in faccia – dice – e stai tranquilla, mi serve solo un passaggio’. Si mette alla guida, raggiunge un posto isolato. Qui mi ordina di spogliarmi, ‘altrimenti – minaccia – ti porto dai miei amici’. Nonostante le mie suppliche mi costringe a un rapporto completo non protetto”.
È come se Paola spegnesse la luce. Durante la violenza resta immobile. “Per non sentire il dolore. Era come se fossi da un’altra parte”. Dopo però riacquista lucidità. “Ho fatto quello che poi al processo sarebbe stato usato contro di me – spiega –. Volevo delle informazioni su di lui, per farlo arrestare e ho cominciato a parlarci. Ho cercato di conquistare la sua fiducia. Mi ha detto di chiamarsi Alejandro, di essere sudamericano. Lavorava in pizzeria, era poco più che ventenne e viveva con una donna italiana che aspettava un bambino da lui. L’ho convinto anche a darmi il numero di telefono”.
Una donna abusata che chiacchiera con il proprio stupratore, che si fa riaccompagnare a casa e che poi lo cerca al telefono: versione non attendibile, farà notare la difesa dell’uomo. “Ero una ragazza considerata fuori dagli schemi. Nessun lavoro fisso, nonostante il dottorato all’università, nessun fidanzato e non vivevo con i miei. Lavoravo nella cooperazione e con alcune associazioni che si occupavano di immigrati. Il mio aggressore, che tra l’altro era incensurato, aveva una facciata di rispettabilità migliore della mia”. Dopo la denuncia Paola convince il ragazzo a un incontro. Ci sono gli agenti in borghese, lui capisce tutto e tenta di scappare, ma viene arrestato. Il pm organizza un confronto diretto fra i due. “È stato il momento più buio – ricorda la giovane donna –. Io, come parte lesa, ero senza avvocato e la difesa mise in evidenza quelli che sembravano i miei comportamenti strani dopo la violenza. Lui mi chiama ‘Signora’, ribadisce che ci siamo conosciuti e piaciuti, che io ci stavo. Ne sono uscita distrutta”. Risultato: scarcerazione e non luogo a procedere.

La Procura però farà appello e Paola sarà convocata per il dibattimento cinque anni dopo i fatti, nel 2005. Questa volta si costituisce parte civile, assistita dal suo legale. È l’unico modo la vittima di avere un ruolo attivo nel processo, altrimenti l’accusa viene portata avanti dal pm, ma chi ha subito non ha voce in capitolo. Il ragazzo sudamericano invece ha lasciato l’Italia e non verrà mai preso. “Pensai che anche la deposizione fosse andata male, era passato troppo tempo. Il giudice è stato molto severo, non mi ha risparmiato nulla”. Invece l’imputato viene condannato a un risarcimento di 30 mila euro e a sette anni di carcere in primo grado, ridotti a quattro in appello. La difesa non fa ricorso.

Lo stupratore di Paola non ha scontato la pena e il risarcimento rimane simbolico. Ma per lei non conta. “Il giorno della sentenza ho pianto, è stata la mia catarsi”. Un momento che la ripaga delle difficoltà e che chiude il periodo più doloroso della sua vita. “Nella sua requisitoria il procuratore generale ha rimesso a posto tutti i pezzi e ha cancellato i miei sensi di colpa. Ha fatto luce sugli aspetti messi in dubbio dalla difesa, riconoscendo che dicevo la verità, che i miei comportamenti considerati insoliti sono stati un meccanismo di difesa. E ha restituito un’immagine di me in cui mi riconosco appieno”.

Solo chi, come Paola, è entrata nel tunnel e ne è uscita può provare a capire le motivazioni delle donne che invece restano in silenzio. “La paura a camminare per strada, il timore di non essere creduta, la voglia di dimenticare. E la sfiducia verso le persone che ti stanno vicine, che, pensi, non ti possono capire. Anch’io ho sentito il sospetto e l’ostilità di alcuni amici con cui mi ero confidata. A maggior ragione non avrei sopportato che fossero i miei genitori a covare dubbi su quelle che io per prima consideravo le mie colpe: ‘Perché sono tornata a casa così tardi? Perché non mi sono ribellata con più decisione?’. Perciò a loro non ho mai detto niente. Ho capito poi che un percorso come il mio va affrontato con l’aiuto di persone preparate a lavorare in questo ambito. Denunciare per me è stato l’unico modo di riscattarmi, di affermare che non avrei mai più subito. Solo così ho potuto guarire una ferita che sembrava inguaribile”.

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