Ogni giorno a Milano una donna viene stuprata

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Spesso le vittime non denunciano, raramente la notizia viene diffusa e le statistiche sono per difetto. Le aggressioni avvengono in tutte le zone della città e possono colpire chiunque: non si è a rischio solo di notte o in periferia

di Cristina Bassi

Ore 23, Chiara torna a casa dopo una cena con gli amici. Scende dall’auto e mentre apre il cancello per scendere nei box uno sconosciuto la sorprende alle spalle costringendola a entrare: l’aggressore sa che una volta dentro potrà fare ciò che vuole senza essere disturbato. Le 3 del mattino, Valeria esce dalla discoteca con un amico conosciuto poche ore prima. Lui è gentile e le piace, tutti nel locale li hanno visti baciarsi. Ma quando sono soli in macchina, quel ragazzo dalla faccia pulita si trasforma in un violento. L’ultima cosa che Valeria ricorda è che lui le ha fatto bere qualcosa, è sicura che se dirà di essere stata stuprata, nessuno le crederà. Sono le 7 di sera, Consuelo è una madre di famiglia, torna a casa per la cena. Alla fermata dell’autobus si avvicina un uomo, non smette di importunarla. La donna decide di avviarsi a piedi, lui la segue e dietro l’angolo la palpeggia e la bacia sulla bocca.

Milano, 1 milione e 300 mila abitanti, dodici università, il Pil pro capite più alto d’Italia. E più di un caso di violenza sessuale al giorno. Casi denunciati, s’intende, i casi reali sono molti di più. Il ministero dell’Interno nel 2008 ha registrato 480 episodi nel capoluogo lombardo (erano 526 nel 2006), contro i 317 di Roma. A livello nazionale, nel triennio 2006-2008 gli autori erano italiani nel 60,9 per cento dei reati. Milano è davvero una città pericolosa per le donne? “Una donna dovrebbe essere libera di rientrare sola la sera, ma purtroppo qui non è così, neppure in centro: il rischio è reale e la paura è fondata”. È questa l’opinione di più di un rappresentate delle forze dell’ordine, anche se nessuno di loro è disposto a comparire con nome e cognome.

Le violenze da parte di mariti e compagni sono le più numerose, ma sono le aggressioni per strada a suscitare i timori maggiori e a finire sui giornali. I titoli dei quotidiani però non bastano a capire. Né i numeri ad avere un quadro completo. La violenza sulle donne è una realtà allarmante quanto complicata da descrivere. A partire dai dati ufficiali. Per la questura i reati a Milano nel 2009 sono stati 216 (in calo del 18% rispetto al 2008), mentre i carabinieri hanno ricevuto 267 denunce (più 24% sull’anno precedente). Entrambi i dati comprendono sia le violenze da parte di sconosciuti sia quelle in ambito familiare, il numero dell’Arma è però esteso alla provincia. Si aggiungono i 45 casi, tutti “di strada”, in cui è intervenuta la Polizia locale. La maggior parte di queste donne abusate è passata per il Soccorso violenza sessuale della Mangiagalli, il centro specializzato che dal 1996 accoglie le vittime 24 ore su 24. Nell’anno appena trascorso le ginecologhe dell’Svs ne hanno visitate 333 (349 nel 2008, 344 nel 2007), 17 uomini e 316 donne, 170 di nazionalità italiana e 163 di nazionalità straniera. In 173 casi l’aggressore era conosciuto, in 108 non lo era, 52 le donne che non hanno saputo raccontare i dettagli, perché hanno subito l’abuso sotto l’effetto di alcol o droga. Una buona parte delle pazienti, 101, è minorenne e la fascia d’età più colpita è quella tra i 18 e i 44 anni. Le specialiste del Soccorso violenza domestica (Svd) invece hanno assistito 222 pazienti.

Molti numeri, ma parziali. Le donne violentate sono certamente molte di più di quelle che arrivano in ospedale o in questura. La schiera delle vittime senza nome si può solo stimare. “Tra le donne che arrivano da noi, non più della metà sporge querela”, spiega Alessandra Kustermann, responsabile dell’Svs. “Pur restando sempre all’interno della legalità, non forziamo mai le donne a fare denuncia. Aspettiamo che siano loro a maturare questa scelta”, aggiunge Marisa Guarneri, presidente della Casa delle donne maltrattate, cui ogni anno chiedono aiuto più di 600 donne picchiate e violentate, soprattutto tra le pareti domestiche.

Chi lavora sul campo e raccoglie l’sos delle vittime conferma questo divario tra statistiche e realtà. “Quando rispondiamo alle chiamate di donne abusate – dice un agente delle Volanti –, parlano con noi per ore, si confidano. Ma troppo spesso la mattina dopo le vediamo arrivare in questura per dire che si erano inventate tutto: per noi è il momento più frustrante. Succede soprattutto con le donne stuprate da compagni e mariti, in misura maggiore con le straniere, ma anche negli episodi di aggressioni di sconosciuti”. Ognuna di loro ha più di una ragione per restare in silenzio. La paura, la vergogna, la sfiducia nella giustizia, il timore di non essere creduta, il senso di colpa. E poche sono le donne che decidono di affrontare un processo, che può durare anni ed essere traumatizzante quasi quanto lo stupro. “Mai come nei processi per violenza sessuale la vittima viene messa in discussione, ‘processata’ lei stessa – spiega Adriana Piscitello, avvocato dell’associazione ‘Svs Donna aiuta donna’ –. È un percorso duro, che non va sottovalutato”. Però, assicura il legale, nella maggior parte dei casi gli imputati vengono condannati. “La condanna del responsabile e l’eventuale risarcimento non sono il risultato più importante – sottolinea Marisa Guarneri –. La vera vittoria per la donna è il riconoscimento della propria dignità, la riaffermazione della verità”.

La sicurezza delle città, spesso al centro delle polemiche politiche, non può essere la sola chiave di lettura. “Prima di tutto bisognerebbe smentire qualche luogo comune – sostiene Alessandra Kustermann –. I numeri ci dicono che spesso la strada è più sicura per una donna delle mura di casa e l’aggressione in piena notte da parte dell’immigrato clandestino è solo una delle situazioni che si verificano. Raccogliamo i racconti di madri di famiglia violentate andando al lavoro o di adolescenti stuprate a una festa da ‘bravi ragazzi’ che potrebbero essere i figli di chiunque di noi”. La violenza sessuale sembra essere un reato senza etichetta sociale. Anche se, ammettono gli esperti, le condizioni di degrado in cui sono spesso costretti gli stranieri aumentano il rischio. Paolo Giulini, criminologo e docente all’università Cattolica di Milano, fa parte di un gruppo di specialisti che segue gli autori di crimini sessuali sia nel carcere di Bollate sia al Presidio criminologico territoriale gestito dal Comune. “A mio parere – dice –, per spiegare i motivi che fanno di un uomo uno stupratore il fattore sociale e culturale è meno decisivo rispetto a quello psicologico. Essere cresciuti in un contesto di violenza, ad esempio, può originare meccanismi psichici cosiddetti ‘primitivi’, che hanno conseguenze come l’incapacità nel controllare i propri impulsi, la frustrazione, i desiderio di dominio e la tendenza ad affrontare il rapporto con l’altro sesso con l’atto violento piuttosto che con la comunicazione”. Un’analisi che vale per l’immigrato clandestino come per l’italiano, per chi vive di espedienti come per chi ha un lavoro di prestigio e una famiglia.

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