Medici senza Frontiere, i centri per i migranti sono carceri

Una foto di archivio del 2008 mostra il CIE (centro di identificazione ed espulsione) di C.so Brunelleschi a Torino
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Container fatiscenti e sovraffollati, sporcizia, beni di prima necessità assenti, le continue rivolte. E i clandestini che hanno più paura della permanenza in una delle strutture italiane che dell’espulsione. Il rapporto dell'organizzazione umanitaria

Per un clandestino, la permanenza in un Centro identificazione ed espulsione (Cie) fa più paura di un rimpatrio nel paese di origine. Lo denuncia Medici senza frontiere che oggi ha presentato un'indagine su come si vive nei 21 centri che il nostro paese destina all'accoglienza di stranieri irregolari (Cie, Cara, Cda).

La vita nei Cie - ha detto Alessandra Tramontano, coordinatrice medica Msf-Missione Italia - dove i ritmi della giornata sono scanditi solo dai pasti e dal dormire, dove la gente non fa nulla, "aggrava uno stato mentale, un disagio dopo l'odissea vissuta per arrivare fino a qui, che crea un vero e proprio stress per molti pazienti". Per chi è in condizione di clandestinità - ha aggiunto - "abbiamo visto più volte il timore di andare in ospedale per non rischiare una denuncia perché fa più paura entrare in un Cie che un eventuale rimpatrio".

Dalla fotografia scattata da Medici senza frontiere nel rapporto Al di là del muro emerge che rispetto a 5 anni fa, quando fu fatta l’ultima rilevazione, la situazione è rimasta la stessa: “i servizi sono scadenti, mancano i beni di prima necessità. Riescono a coprire appena i bisogni di base. La sanità pubblica è assente". Tutto ciò si traduce, in permanenze in container fatiscenti e sovraffollati, assenza di spazi adeguati, servizi igienici fortemente carenti, sporcizia diffusa ed anche presenza di topi. Vivono così uomini, donne, bambini ed anche neonati.

In sintesi, per Medici senza Frontiere i Centri di identificazione ed espulsione sono “carceri a tutti gli effetti". La responsabilità di ciò, per Msf, è da attribuire ai gestori. Ma non solo. "Verso gli immigrati il clima è sempre più ostile - ha detto il direttore generale Kostas Moschochoritis - e lo dimostra la vicenda di Rosarno ".

Per entrare nei centri che accolgono i clandestini e i richiedenti asilo i medici e gli operatori sociali di Medici senza Frontiere sono stati scortati da poliziotti in tenuta anti-sommossa. "Periodicamente nei centri - ha affermato il vice capo missione Msf Italia Rolando Magnano - scoppiano rivolte anche molto violente. Nel Cie in provincia di Gorizia siamo entrati dopo giornate di scontri durissimi, scortati dalla polizia in assetto anti-sommossa".

Magnano ha descritto poi lo "sconcerto" provato nella visita al Cara di Crotone, nell'atmosfera tesa creata "dalla scorta di un blindato e quattro militari che ci hanno impedito di parlare informalmente con i trattenuti del centro, del resto molto preoccupati di parlare per paura di eventuali conseguenze". Gli stessi problemi sono stati rilevati da Msf anche nel Cie di Bari, dove "l'autorizzazione a entrare era stata negata per due volte prima di riuscire a effettuare la visita, anche se avevamo annunciato il nostro arrivo 10 giorni prima. Una volta all'interno, ci è stato precluso l'accesso agli spazi abitativi, e le pareti annerite dal fumo recavano chiari i segni di una recente rivolta".

Il servizio di SKY Tg24:



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