Scalata Bnl, processo al via: Consorte la butta in politica

L'ex numero uno di Unipol Giovanni Consorte
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Fu un complotto contro Unipol e i leader Ds mi abbandonarono dopo avermi sostenuto: inizia con i fuochi d'artificio l'udienza contro il finanziere "rosso", che chiama come testimoni i dirigenti del centrosinistra. La procura: sono solo reati finanziari

di Gianni Barbacetto

Al processo per la scalata Bnl, iniziato oggi a Milano, il principale imputato, l’ex presidente di Unipol Gianni Consorte, ha cominciato a sparare i suoi fuochi d’artificio. La procura ripete che contro di lui e i suoi 19 coimputati le accuse sono tecniche: aver stretto, nella primavera-estate 2005, patti segreti per impossessarsi delle azioni Bnl prima di averlo comunicato al mercato. Ma Consorte la butta in politica: "La nostra corsa a Bnl fu del tutto legittima, non ci fu un patto occulto... Unipol perse perché fu vittima di un complotto", ha sostenuto in un’intervista a Mf il 26 gennaio.
Una parte del mondo economico italiano cercò d’impedire la nascita di un nuovo grande polo finanziario. E i leader Ds (in primo luogo Massimo D’Alema e Piero Fassino) – ha sostenuto Consorte anche in un’intervista al Corriere della Sera – mi abbandonarono dopo avermi sostenuto e aver tifato per la scalata. Tutta colpa di quelli della Margherita (Francesco Rutelli in testa) che mi attaccarono, inventandosi una “questione morale”, e che poi ottennero la mia testa, sacrificata sull’altare della politica e del Partito democratico da costruire insieme. 

Era l’estate del 2005 quando un gruppo che ruotava attorno al banchiere di Lodi Gianpiero Fiorani, al finanziere Emilio Gnutti, all’immobiliarista Stefano Ricucci e al presidente di Unipol Consorte, andò all’assalto, a geometria variabile, di due banche (Antonveneta e Bnl) e del “Corriere della sera”. Gli scalatori sono passati alla storia, secondo una fulminante  definizione di Ricucci, come “i furbetti del quartierino”.
Le tre scalate avevano protagonisti bipartisan, come bipartisan era il supporto politico che riuscirono ad avere. Saranno però bloccate dalle indagini dei magistrati milanesi (Francesco Greco, Giulia Perrotti ed Eugenio Fusco) che ebbero per la prima volta a disposizione lo strumento delle intercettazioni telefoniche, dopo l’introduzione anche in Italia delle norme europee sui reati finanziari di “market abuse”. Tutta Italia lesse sui giornali le telefonate dei “furbetti” e le loro manovre per conquistare le due banche e il Corriere.

Consorte, sanguigno manager abruzzese a capo della cosiddetta finanza rossa, era riuscito a far diventare Unipol, la compagnia d’assicurazioni legata al Pci, una grande realtà finanziaria. Nell’estate dei furbetti divenne il “furbetto rosso”. Tentò la scalata a Bnl e fallì. Oggi ha chiesto di far sfilare in aula ben 180 testimoni: banchieri, finanzieri, advisor, ma soprattutto politici, da Massimo D’Alema a Nicola Latorre, da Piero Fassino a Ugo Sposetti, da Pier Luigi Bersani a Vincenzo Visco, da Francesco Rutelli a Walter Veltroni... Sarà il tribunale a decidere chi accettare e chi no, già forse nella prossima udienza del 18 marzo.
L’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Luigi Orsi, ritiene che sia del tutto inutile una interminabile sfilata di politici e pretende che si metta a fuoco invece la questione tecnica. Nell’estate del 2005, la Bnl stava per essere acquisita, attraverso un’offerta pubblica di scambio, dal Banco di Bilbao (Bbva). Consorte, con il sostegno del governatore di Bankitalia Antonio Fazio (anch’egli imputato in questo processo), si mise di traverso e fece fallire l’offerta. Come? Rastrellando azioni Bnl – sostiene l’accusa – attraverso accordi sotterranei, sottratti alla trasparenza e al mercato. Con la Popolare dell’Emilia-Romagna già dal 17 maggio 2005. Con la Popolare di Verona dal 28 giugno. Con la Carige dal 4 luglio. Con i cosiddetti contropattisti Bnl (Caltagirone, Ricucci e altri) dal 5 luglio. Con Deutsche Bank dal 18 luglio. 

Solo il 18 luglio 2005, a cose ormai fatte, Consorte informò il mercato e annunciò l’Opa obbligatoria, la sua offerta pubblica d’acquisto. Non prima di aver telefonato a Fassino, allora segretario dei Ds, il quale esclamò, felice: "Allora, siamo padroni di una banca?". L’accusa cercherà di dimostrare che gli accordi, i contratti, i patti, gli "spot hedge" stretti da Consorte erano precedenti alle comunicazioni di legge, sottratti al controllo del mercato. Dunque reato: per questo il finanziere deve ora difendersi dalle accuse di aggiotaggio, ostacolo all’attività degli organi di vigilanza e insider trading. Un pacchetto di azioni tra il 2 e il 3 per cento – quello che i fratelli Lonati, grandi amici del finanziere bresciano Chicco Gnutti, vendono a Bper – secondo l’accusa viene tenuto nascosto fino all’ultimo momento, non viene comunicato neppure il 18 luglio.

Consorte ostenta invece sicurezza: "Tutto regolare". Cerca le telecamere, vuole che il processo sia ripreso in tv (lo ha chiesto nell’intervista a Mf). E conta di far pesare in aula tre sentenze (civili, però) con cui le corti d’appello di Roma, Genova de Bologna hanno già annullato le sanzioni inflitte dalla Consob a Deutsche Bank, Carige e Bper. La battaglia processuale è iniziata.

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