Abu Omar, "il Sismi diretto da Pollari sapeva"

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Sul rapimento dell'ex imam di Milano "la responsabilità penale dei servizi segreti nazionali non è stata accertata a causa del segreto di Stato apposto dai governi Prodi e Berlusconi": ecco le motivazioni della sentenza di condanna per gli agenti Cia

Da parte del Sismi, allora diretto dal generale Pollari, c'è stata "conoscenza... o forse compiacenza" nel rapimento di Abu Omar, l’ex imam di Milano sequestrato nel febbraio del 2003. Lo scrive il giudice Oscar Magi nelle motivazioni della sentenza con cui, il 4 novembre scorso, ha condannato gli agenti della Cia ma non i funzionari e gli ex funzionari del Sismi, nei confronti dei quali, invece, è stato stabilito il non doversi procedere.

Secondo il giudice il fatto che la Cia abbia operato nel territorio nazionale lascia presumere che i servizi segreti italiani sapessero del rapimento dell’ex imam di Milano. La responsabilità penale del Sismi non è stata però accertata a causa del segreto di Stato imposto dai governi Prodi e Berlusconi e confermato dalla Corte Costituzionale. Una sentenza, quella della Consulta, che il giudice definisce "un paradosso logico e giuridico di portata assoluta e preoccupante".

Nelle motivazioni della sentenza il giudice Magi parla di una sorta di “sipario nero” tirato su tutte le attività operate dagli agenti del Sismi in relazione al rapimento dell’ex imam che ha permesso agli imputati di beneficiare di una sorta di immunità. "Consentire che gli imputati di una gravissima vicenda penalmente perseguibile possano andare esenti da una corretta valutazione delle loro responsabilità perché i loro rapporti con servizi segreti di altri paesi e gli assetti organizzativi ed operativi del loro servizio pur se collegati al fatto reato in questione sono coperti da segreto di Stato, significa, in termini molto semplici, ammettere che gli stessi possano godere di una immunità di tipo assoluto a livello processuale e sostanziale, immunità che non sembra essere consentita da nessuna legge di questa Repubblica".

E conclude dichiarando che nel sentenziare si è attenuto a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale: "Questo giudice vi è stato costretto in conseguenza dei dettami contenuti nella sentenza della Corte e ne avrebbe fatto volentieri a meno se solo avesse potuto seguire i dettami della propria coscienza professionale e della propria volontà conoscitiva".

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