Moni Ovadia: la memoria cammina nel tempo

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Onorare l’eredità di chi è sopravvissuto è costruire un mondo di giustizia. Solo così eviteremo che il Giorno della memoria diventi istituzione della falsa coscienza. Intervista al cantore della cultura yddish

di Pamela Foti

“La memoria è progetto per il futuro. Come diceva Groucho Marx io sono particolarmente interessato al futuro perché è lì che vivrò”.
Moni Ovadia, il cantore della cultura yddish, “l’uomo della diaspora che reinterpreta la cultura e il cammino degli ebrei del centro-est Europa per l’oggi e per il domani” a dieci anni dall’istituzione della giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto parla dell’importanza di conservare tracce di vita per conoscere e costruire.

Che ne sarà della memoria quando non ci sarà più nessuno a raccontare quello che ha visto coi propri occhi?
Noi siamo il frutto di generazioni, di errori, di disastri, di vittorie talora, di battaglie. I negazionisti hanno già provato a negare. E adesso la presenza di testimoni diretti rende loro difficile questa operazione. L’unico modo per raccogliere l’eredità di chi è sopravvissuto è costruire un mondo che non permetta l’orrore. Il negazionista vuole delegittimare quella storia perché vuole cominciare a diffondere il veleno della discriminazione. Ma in un mondo di giustizia, il negazionismo non ha luogo. Se non costruiamo questo mondo, se non mostriamo le ingiustizie, se non mostriamo quello che abbiamo visto a Rosarno, il negazionista avrà facile gioco.

A dieci anni dalla sua istituzione, possiamo trarre un bilancio del Giorno che ricorda la Shoa?

Il Giorno della memoria è importante. Gli studenti e gli insegnanti, ad esempio, lavorano a lungo su questo tema e non solo in occasione della ricorrenza. Ma questa giornata sta già diventando un’istituzione della falsa coscienza. Oggi, molti uomini delle istituzioni si mettono lo zucchetto e vanno nelle sinagoghe. E com’è che i rom sono ancora perseguitati? C’erano anche loro nei campi di sterminio. Come mai gli omosessuali, che anche se in minor numero sono stati anch’essi assassinati, non hanno la pienezza di diritti come gli altri cittadini? Perché abbiamo lavoratori schiavi? Nei lager sono state sterminate 13 milioni di persone; gli ebrei erano 6 milioni. E bisogna ricordarli. Ma questo non vuol dire che dobbiamo dimenticare gli altri 7 milioni.

In che modo, allora, la memoria diventa progetto per costruire il nostro futuro?
Durante lo sterminio è stato negato l’uomo nella sua molteplicità, nella sua fragilità. E’ stata negata quella alterità che costruisce l’uguaglianza. Ma uguaglianza non è omologazione a una regola rigida. L’uguaglianza nasce dalla pari dignità, dai pari diritti degli uomini. E noi onoreremo quella memoria solo se costruiremo un mondo che denuncia il privilegio, gli abusi, le ingiustizie, le prepotenze.

Questo significa che ciò che è successo potrebbe ripersi ancora?

Io sono nato nel ’46, e devo la vita dei miei genitori e di mio fratello maggiore al popolo bulgaro. Perché a differenza di altri popoli si opposero alla deportazione degli ebrei. Il vice presidente in parlamento Dimitar Peshev, che aveva guardato con favore alla Germania, raccolse le firme dei deputati del governo, fece una petizione al re e bloccò la deportazione degli ebrei. Intervenne anche il metropolita della chiesa bulgara, il metropolita Stefan che alle truppe tedesche disse pubblicamente: “Non osate alzare le mani sui nostri cittadini ebrei. Io vi avverto, non ci provate”. Li minacciò così. Non fece come Pio XII. Agli ebrei polacchi non è toccata la stessa sorte. E nemmeno agli ebrei tedeschi.

I racconti di quell’orrore sapranno sopravvivere quando i testimoni diretti non avranno più voce per narrarli?
Oggi disponiamo di immensi archivi. Sta a noi dare vita a quei documenti e abbiamo tutti gli strumenti per farlo. Noi ebrei ogni anno per otto giorni mangiamo pane azzimo. Ci sediamo a tavola e raccontiamo la prima rivoluzione dal basso che portò all’idea che gli uomini sono tutti uguali e che non devono essere schiavi. Si chiama uscita dall’Egitto.

La memoria è ciò che ti permette di camminare nel tempo. Che resta di te altrimenti? Monumenti, cocci, pezzi di capitelli. Dove sono oggi gli ebrei? Sono ancora qui a rompere le scatole. Perché i monumenti che hanno lasciato sono fatti di pensiero, di parole, di storia, di comunicazione. Di memoria che cammina di generazione in generazione.

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