Giorgio Perlasca, "un italiano scomodo"

Cronaca
Il francobollo commemorativo che le Poste Italiane hanno dedicato a Giorgio Perlasca sarà emesso per il centenario della nascita, il 31 gennaio 2010
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La storia dello "Schindler" italiano che fingendosi un diplomatico spagnolo salvò migliaia di ebrei del ghetto di Budapest è ora raccontata da una biografia pubblicata da Chiarelettere. LEGGI UNO STRALCIO DEL LIBRO

di Dalbert Hallenstein e Carlotta Zavattiero

Fino alla primavera del 1990 ben poche persone in Italia conoscevano il nome di Giorgio Perlasca. Poi, il 30 aprile di quell’anno, andò in onda su Rai Due una puntata di Mixer a lui dedicata.
D’un tratto milioni di telespettatori appresero la storia del commerciante padovano che nel 1944 a Budapest aveva salvato la vita a migliaia di ebrei spacciandosi per un diplomatico spagnolo. L’anno successivo uscì il libro di Enrico Deaglio La banalità del bene (Feltrinelli, Milano 1991), che ebbe subito un grande successo.
Nel gennaio 2002, in occasione del Giorno della memoria, fu trasmesso in prima serata su Rai Uno il film Perlasca. Un eroe italiano diretto da Alberto Negrin e interpretato da Luca Zingaretti.
Finalmente gli italiani sapevano, ma per Perlasca era tardi. Nel 1990, quando fu «scoperto» dalla televisione, aveva ottant’anni; sarebbe morto nel 1992. Per oltre quattro decenni la sua vicenda era stata sepolta sotto una coltre impenetrabile di silenzio. Soltanto nel 1987 un gruppo di donne ungheresi si era mobilitato per rintracciarlo e fare conoscere al mondo il suo ruolo di salvatore degli ebrei.
Grazie ai loro sforzi erano arrivati a partire dal 1989 i riconoscimenti dell’Ungheria, di Israele (che lo insignì dell’onorificenza di «Giusto tra le Nazioni»), della Spagna e degli Stati Uniti. In Italia tutto taceva. Dopo il ritorno dall’Ungheria, nel 1945, Perlasca aveva trascorso una vita anonima, fatta di precarietà lavorativa e di difficoltà economiche. «Non ho vergogna a ricordare che tante volte ho avuto difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena» confidò a Deaglio.

Le istituzioni italiane parevano sorde a qualsiasi appello. Per anni, nell’immediato dopoguerra, Perlasca si era rivolto ai politici per far conoscere la sua storia. Poi aveva smesso, stanco di non essere ascoltato. Neppure i suoi familiari sapevano con precisione che cosa aveva fatto a Budapest in quel terribile inverno del 1944, quando i nazisti ungheresi incalzati dall’avanzata dell’Armata rossa erano stati sul punto di incendiare il ghetto che conteneva più di settantamila ebrei. Dopo la messa in onda della puntata di Mixer a lui dedicata, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo ricevette per un breve colloquio al Quirinale.
Deaglio, che lo accompagnò, racconta che l’ottantenne Perlasca dovette farsi a piedi un buon tratto di strada perché nessuno era andato a prenderlo in macchina.
Cossiga lo ringraziò «come uomo e come italiano» per ciò che aveva fatto. Qualche tempo dopo Perlasca ricevette a casa, per posta, il diploma di Grande ufficiale della Repubblica, accompagnato da una lettera in cui si faceva presente che, se voleva la medaglia, avrebbe dovuto acquistarla. Perlasca era amareggiato dall’indifferenza dello Stato italiano, e fu sul punto di rifiutare anche il vitalizio che il Consiglio dei ministri gli accordò nel 1991 per effetto della legge Bacchelli e che gli fu erogato per pochi mesi prima della morte. Uno dei fattori che ebbero senz’altro un peso nell’obliterazione della memoria fu la sua precoce adesione al fascismo, mai rinnegata. Anche se aveva ripudiato fin da subito le leggi razziali e l’alleanza di Mussolini con la Germania nazista, Perlasca rimase per tutta la vita un uomo di destra.

I riconoscimenti dunque non potevano venire, e non vennero, dalla sinistra: come conciliare dal punto di vista ideologico il paradosso di un uomo che aveva salvato le vite di tanti ebrei, ma aveva anche militato nelle camicie nere combattendo nella guerra in Etiopia e dalla parte dei franchisti in Spagna durante la violentissima guerra civile del 1936-39? Nemmeno la destra, però, ha avuto il coraggio e la forza di promuovere Perlasca tra le file dei suoi uomini migliori.
Nell’Italia del dopoguerra egli era considerato dalla destra italiana un traditore perché aveva rifiutato le leggi razziali, e dopo l’8 settembre si era schierato dalla parte del re, contro Mussolini. Il Movimento sociale italiano, il maggior partito neofascista nel dopoguerra, era stato fondato ed era gestito da uomini come Giorgio Almirante, Pino Romualdi e Arturo Michelini, che avevano aderito alla Repubblica di Salò.
Il clima ideologico di quegli anni, esacerbato dalla guerra fredda e dalla violenta contrapposizione politica, non lasciava spazio a figure «ambigue». Spicca poi un altro gravissimo silenzio: quello della Chiesa cattolica. Alla fine della guerra erano tornati in Vaticano tre uomini che a Budapest avevano sottratto molti ebrei alla deportazione e alla violenza nazista: il nunzio apostolico Angelo Rotta, il segretario della nunziatura Gennaro Verolino e Ángel Sanz Briz, il diplomatico spagnolo che aveva dato carta bianca a Perlasca, permettendogli di agire a nome della Spagna. Tutti e tre avevano conosciuto Giorgio Perlasca a Budapest nell’inverno 1943-44 ed erano stati testimoni del suo impegno a favore degli ebrei. Possibile che nessuno si ricordasse di lui? Anche il silenzio della pubblicistica è sconcertante.

I libri che parlano di lui sono pochissimi. Oltre a quello di Deaglio, si conta solo una raccolta di scritti dello stesso Perlasca dal titolo L’impostore (il Mulino, Bologna 1987) che contiene un promemoria stilato su richiesta dello storico ungherese Jeno˝ Lévai, una breve relazione indirizzata al ministro degli Esteri spagnolo sull’attività svolta a Budapest durante la guerra per conto del governo di Madrid, e altri scritti minori. L’oblio a cui Perlasca fu condannato può essere ascritto anche ad alcuni aspetti del suo carattere: una caparbia e inflessibile volontà di pensare con la propria testa, e un altrettanto caparbio rifiuto di piegarsi, di scendere a compromessi e di aggregarsi al carro dei vincitori per ottenere favori.
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Tratto da "Giorgio Perlasca. Un italiano scomodo" di Dalbert Hallenstein e Carlotta Zavattiero (Chiarelettere, pp.224, euro 14)

Dalbert Hallenstein, giornalista investigativo australiano, ha lavorato nel Sud-Est asiatico e in Europa, soprattutto in Italia. Ha scritto per The Melbourne Age, The Sunday Times di Londra, The European e The International Herald Tribune. È autore di diversi saggi, fra i quali "The Super Poison" con Tom Margerison e Marjorie Wallace (Macmillan, 1979) e "Doing Business in Italy" (BBC Books, 1990). Ha collaborato con Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel al libro "Berlusconi Zampano. Die Karriere eines genialen Trickspielers" (Riemann Verlag, 2006). Attualmente abita in una sperduta contrada delle colline veronesi dove coltiva olivi e suona il flauto.

Carlotta Zavattiero, giornalista e scrittrice padovana, ha lavorato per diverse testate locali come Il Corriere di Verona, L’Arena, Il Verona e come corrispondente per Radio24. Ha pubblicato "Alessandro il Macedone. Il pensiero e il cuore di Alessandro Magno" (Bonaccorso, 2005) e ha collaborato con Ferruccio Pinotti al libro "Olocausto bianco" (Bur, 2008). Vive a Verona, dove insegna italiano, greco e latino. Appassionata di lingue straniere, collabora con l’agenzia Piccolo Moresco di Madrid. Al momento sta pianificando un trasferimento definitivo a Parigi.

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