“Oggi l’Hiv è una malattia mortale solo se non è curata”

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L’infettivologo Massimo Galli: “Le terapie hanno allungato la prospettiva e, ultimamente, anche la qualità di vita dei pazienti. L’opportunità di sopravvivenza non è diversa da quella di un coetaneo non infetto”. Resta il problema dell’inclusione sociale

di Filippo Maria Battaglia

"Non è un evento né raro né inusitato": così Massimo Galli, direttore dell’unità operativa complessa universitaria di malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, commenta  i dati dell'Istituto superiore di sanità, secondo cui in Italia ci sono circa 180.000 sieropositivi.
Galli fa parte del comitato tecnico scientifico dell’Anlaids ed è anche ordinario di malattie infettive all’Università statale del capoluogo lombardo. Con il suo lavoro, dunque, entra quotidianamente in contatto con la realtà dell’Hiv.
Quali sono i primi problemi da affrontare quando si scopre di avere contratto il virus?
C’è un’intera organizzazione che tende a fare in modo che ci sia attenzione e vicinanza nei confronti delle persone sieropositive. Per restare al ruolo medico, bisogna saper affrontare e discutere le prospettive e le conseguenze che queste infezioni comportano. Nell’immaginario collettivo, infatti, oggi, abbiamo una curiosa contraddizione: da una parte, la rimozione del problema, dato che si ritiene che la trasmissione del virus sia qualcosa che non può riguardare chiunque ma soltanto popolazioni e individui con comportamenti particolari. D’altro canto, però, le stesse persone che non hanno la percezione della diffusione del virus, ritengono spesso che l’Hiv sia una malattia inesorabilmente mortale. Per questo, lo shock è terribile o comunque è molto sconvolgente.
Questo tipo di reazione non è comprensibile?

Certo, e infatti non sto dicendo che una persona che scopre di essere sieropositiva dia una scrollata di spalle, non me lo aspetterei, ma bisogna dire che adesso c’è una cura e che rispetto a quindici anni fa le cose sono totalmente cambiate. Oggi, l’HIV resta una malattia mortale solo se non è curata. Le terapie hanno allungato la prospettiva e, ultimamente, anche la qualità di vita dei pazienti. Da questo punto di vista siamo messi molto meglio del passato. L’aspettativa delle persone che vengono curata è a lungo termine, l’opportunità di sopravvivenza non diversa da quella di un coetaneo non infetto, sempre che le cose vengono fatte in maniera corretta e che la terapia venga iniziata in modo valido e tempestivo.
E per quanto riguarda l'aspetto sociale?
Il rischio legato alla percezione dello stigma da parte della società è l’altro problema da affrontare. Molti sieropositivi tendono ad autoescludersi dalle relazioni sociali normali, si chiudono in sé stesse, non si confidano nemmeno coi loro affetti più cari, che vengono messi fortemente in discussione. Le relazioni sentimentali e sessuali sono le prime a risentirne, e da vari punti di vista: sia nel caso in cui si tema di essere stati untori sia ove si pensi di poter essere stati contagiati. È un problema di estrema delicatezza, una condizione di acquisizione di una nuova realtà che può essere sconvolgente da tutti i punti di vista.
Quanto costano le terapie?
Il trattamento anti-retrovirale può superare ampiamente i mille euro al mese, ma è interamente coperto dal servizio sanitario nazionale. Non siamo un’eccezione, anche se comunque il nostro resta comunque uno dei sistemi più aperti ad una visione assistenziale completa. I costi però sono necessariamente destinati a lievitare: ogni giorno aumentano le persone che hanno bisogno di trattamenti per tutta la vita e in alcuni casi il complicarsi dell’infezione o l’insorgenza di resistenze implica la necessità di terapie più onerose da quelle che grossolanamente possiamo definire 'di base'. Ma il rapporto costi-benefici è straordinario: con questi farmaci, oggi la malattia è davvero bloccata nel suo sviluppo”.

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