Garlasco, 29 mesi senza una verità

Alberto Stasi
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Alberto Stasi ha chiamato i carabinieri per segnalare la morte di Chiara. In meno di due anni e mezzo è stato indagato, arrestato, rinviato a giudizio e assolto dall'accusa di aver ucciso la sua fidanzata

Ventiquattro udienze, due anni e mezzo di indagini, decine di perizie per arrivare al verdetto sul delitto di Garlasco. Pochi personaggi in una trama apparentemente banale di quello che si è rivelato un intrigo degno della penna di George Simenon.

Siamo in un paese sonnacchioso, sprofondato in pianura, è il 13 agosto 2007, poca gente in giro, qualche anziano in bicicletta che cerca un po' aria fresca in un tempo immobile. Alle 13 e 49 un ragazzo di 24 anni, Alberto Stasi, chiama il 118 per chiedere i soccorsi. "Ho trovato una persona uccisa in via Pascoli, correte", dice, e anche sul tono della voce di questa chiamata, "preoccupato", "neutro", "glaciale", sarà costruita l'accusa contro di lui. "Una persona": così Alberto definisce la fidanzata Chiara Poggi, di due anni più grande, uccisa a casa, in via Pascoli. Alberto e Chiara, fidanzati da 4 anni.

Lui, studente in Economia alla Bocconi, occhialetti alla Harry Potter, biondino. Lei, da poco laureata, stagista a Milano, pochi numeri nella rubrica del telefono, una ragazza "senza nuvole", è la sintesi di un inquirente. Qualche minuto dopo, Alberto è nella caserma dai carabinieri del paese. Risponde per ore, sino alla mattina successiva, a tutte le domande: nessuna esitazione nel racconto, che ripeterà sempre, senza una sbavatura, come un mantra. "Mentre Chiara veniva uccisa, lavoravo alla tesi a casa mia. Ho provato a chiamarla più volte, ma lei non rispondeva. Allora sono andato in via Pascoli, ho aperto la porta e l'ho trovata in un lago di sangue".

Villa Poggi è al civico 8, la seconda a destra di una stradina senza uscita. La porta non è stata forzata. Basta aprirla per scorgere il sangue. Il palmo della mano della vittima ha tracciato il percorso fino alla porta che nasconde le scale che portano alla tavernetta. E’ su quei gradini che Chiara viene finita, in pochi passi c'è tutto il racconto dell'omicidio, le tracce di chi la guarda dritto negli occhi quando lei apre la porta, prima di essere colpita alle spalle. Arrivano i Ris, coordinati dall’allora comandante Luciano Garofano, provano a leggere la trama nascosta dietro segni invisibili.

Sette giorni dopo, Alberto Stasi viene indagato per omicidio volontario, i carabinieri sequestrano la sua bicicletta e il pc, frugano in ogni angolo della casa. Rosa Muscio, il pm: schiva, mai una mezza parola ai giornalisti, spesso a sorpresa sceglie curve investigative sorprendenti. Il 24 settembre, la prima, la più rischiosa: ordina l'arresto del biondino. La prova schiacciante sarebbe la presenza di dna della vittima sui pedali della bicicletta in sella a cui Alberto sarebbe fuggito.

Quattro giorni dopo, il gip Giulia Pravon scarcera Stasi, non ci sono prove sulla sua colpevolezza, solo suggestioni accusatorie. "Fine di un incubo", commenta lui, che non ha ceduto alle emozioni neanche in cella. Muscio continua a indagare, il 9 ottobre chiude l'inchiesta e il 3 novembre chiede il rinvio a giudizio. Alla fine di dicembre la Procura iscrive il ragazzo nel registro degli indagati per una nuova ipotesi di reato, detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico. Nel suo pc ci sarebbero decine di file a sfondo sessuale che riguardano minori. La prima buona notizia per Alberto dopo tanto tempo arriva il 27 marzo, quando si laurea con lode e una tesi dedicata alla fidanzata.

Il 23 febbraio comincia l'udienza preliminare e pochi giorni dopo gli avvocati del ragazzo chiedono che venga giudicato col rito abbreviato. Il professore, Angelo Giarda: un re del Foro milanese, giurista stimatissimo, cattolico praticante, a chi è in confidenza con lui ripete: "Questo ragazzo è innocente, altrimenti non lo difenderei". Il 9 aprile i pm Rosa Muscio e Claudio Michelucci chiedono la condanna a 30 anni per Stasi. "Colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio - dicono - ha ucciso per una lite avvenuta la sera precedente". "Non ci sono arma, movente, solo indizi discordanti, ho paura di una giustizia penale che costruisce prima i colpevoli e poi le prove", ribatte Giarda.

Il 30 aprile il gup si ritira in camera di consiglio e ne esce con una decisione a sorpresa: niente sentenza, ma un'ordinanza con cui dispone 4 nuove perizie sui punti oscuri dell'inchiesta, partendo dal presupposto che le indagini sono state "lacunose". Stefano Vitelli, il giudice: giovane, scrupoloso, ottimi rapporti con la stampa, "non faccio il passacarte", puntualizza, e infatti fa riaprire l'inchiesta chiamando alla sua corte numerosi esperti. Il 25 ottobre riparte il processo, con la sensazione che la scienza non abbia reso più limpido l'intrigo, anche se la perizia informatica conferma la versione di Alberto. Ha lavorato davvero alla tesi dalle 9 e 36 alle 13 e 20. Poi, tutto come da copione: i pm richiedono 30 anni, anche se a sorpresa Muscio cambia l'ora della morte, posticipandola; Giarda e l'avvocato Giuseppe Colli invocano l'assoluzione. La parte civile chiede 10 milioni per risarcire il dolore senza fine dei Poggi.

E’ il 17 dicembre. Il giudice assolve Alberto Stasi

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