Cultura generale, e tu quanto ne sai?

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Abbiamo letto le risposte delle matricole ai test di ammissione degli atenei. I risultati, sorprendenti: errori di sintassi, ignoranza delle nozioni elementari. De Gasperi? Economista. Matteotti? Ucciso dalle Br. Fai il test anche tu

Mettiti alla prova, partecipa al quiz di cultura generale di SKY.it

di Filippo Maria Battaglia


L’Italia è una repubblica. Questo, lo sanno tutti.
Chi sia Alcide De Gasperi, invece no: più della metà sostiene convintamente l’ipotesi che sia stato uno statista, ma molti altri lo scambierebbero per un economista o uno scienziato. La domanda non è stata rivolta a uno sparuto gruppo di scolaretti di provincia, ma a diverse decine di studenti al loro primo anno di lettere di una nota università italiana.
Chi crede che il dato costituisca un’eccezione si sbaglia. “I giovani che arrivano all'università sono in condizione di semianalfabeti” ha tuonato qualche giorno fa il rettore dell’ateneo di Bologna, il più antico d’Europa, ed è notizia recente che la facoltà di medicina di Torino ha deciso di istituire un corso di lingua italiana con l’obiettivo di “alfabetizzare” le matricole, (secondo il Centro europeo dell’Educazione, un laureato su cinque riesce appena a raggiungere la soglia minima di decifrazione di un testo).

Una nuova conferma arriva ora dai dati letti in esclusiva da Sky.it e forniti da una delle più qualificate realtà editoriali, Giunti Os, specializzata da decenni in strumenti psicodiagnostici, compresi i test di ammissione degli studenti nelle università italiane considerate di “elite”.
La realtà non è delle più confortanti. Perché, se si può sorvolare sul fatto che solo uno studente su quattro sappia che il filosofo Herbert Marcuse fosse nato in Germania e non in Francia (e poi dicono che tutti i professori sono comunisti), non si può derubricare a errore di distrazione la presunta correttezza di un’espressione come “nessun’amico”, sottoscritta nei test di ammissione da più di uno studente su cinque. Roba che, fino a qualche decennio fa, avrebbe fatto tirare le orecchie a qualsiasi scolaretto delle elementari (“un al maschile non si apostrofa mai” recitava la petulante cantilena delle maestre di un tempo).

Le cose non vanno meglio neppure con il lessico: per alcuni studenti “ingerenza” significa capacità di ingerire, mentre “remissivo” è sinonimo di lento, recente o attento. Qualcuno, così, è già corso ai ripari: su Facebook è disponibile un’applicazione, in grado di “testare il tuo italiano” (per accedere, bisogna essere iscritti al social network).
Buio fitto anche per ciò che riguarda le nozioni di storia. Per quattro studenti su cinque che intendono accedere alle migliori università italiane, il povero Quintino Sella non è lo storico ministro delle finanze di molti dei primi governi unitari, impegnato (già allora!) nello sforzo titanico del pareggio di bilancio, ma un generale garibaldino ucciso durante la battaglia del Volturno, uno dei carbonari fucilati dagli austriaci a Belfiore o un pensatore anarchico. 

D’accordo, ci può anche stare: Quintino Sella non è Cavour. Appare invece meno comprensibile come solo uno studente su sei sappia che Achille Occhetto sia stato l’ultimo segretario del Pci, e lo confonda con Massimo D’Alema o addirittura con Enrico Berlinguer, scomparso ormai un quarto di secolo fa. Per Filippo Andreatta, ordinario di scienze politiche nell’università di Bologna, le responsabilità di queste lacune non sono però tutte dell’istruzione: “è un fallimento sociale generalizzato che non riguarda solo la scuola secondaria, ma anche la famiglia e alcune sane abitudini quali la lettura di libri e quotidiani. Ormai da diversi anni, abbiamo allargato la base sociale di chi si iscrive negli Atenei e, ovviamente, anche il numero dei laureati. Questo è un bene e una necessità assoluta; il male, invece, è che non riusciamo a valorizzare la preparazione eccellente da quella di base”.

Tempo fa, Andreatta ha fatto parte della commissione che doveva verificare la preparazione degli ammessi alla laurea magistrale in scienze internazionali e diplomatiche della facoltà “Roberto Ruffilli” con sede a Forlì. Gli studenti erano tutti in possesso di una laurea triennale, eppure il risultato è “stato che buona parte dei candidati riscontravano carenze di tre tipi: nozioni apprese sui libri di scuola, conoscenza del sistema politico italiano, lettura dei giornali”. Qualche esempio? “Molti non sapevano quale ruolo avesse avuto l’Italia nella seconda guerra mondiale e quali fossero i confini della Turchia”. Per altri, Giacomo Matteotti era stato ucciso dalle Brigate rosse e “nessuno aveva una conoscenza dettagliata dell’evoluzione politica della Repubblica”.

Il problema però non riguarda solo le discipline di aera umanistica: secondo Daniele Checchi, docente di economia del lavoro e preside della facoltà di scienze politiche della Statale di Milano, “in Italia il livello di competenze matematiche e la conoscenza della lingua inglese è tra le più basse d’Europa”. Per Giovanni Valotti, direttore della scuola universitaria della Bocconi, le difficoltà invece sono altre: “se devo rintracciare una differenza rispetto a dieci anni fa, non la riscontro nel livello di preparazione, che da noi per fortuna è rimasto piuttosto alto, ma nel grado di maturità. Gli studenti che si iscrivono al primo anno di università sono più inconsapevoli di quanto lo fossero in passato”. Bamboccioni? “Direi proprio di si”. Le matricole sono avvisate.

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