Caso Cucchi: quando chi sbaglia (non) paga

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Sono appena state avviate le indagini sull'omicidio di Stefano, morto dopo un fermo dei carabinieri. Per la morte di Federico Aldrovandi, invece, 4 agenti di polizia sono stati condannati in primo grado. Ma niente carcere: sono ancora in servizio

di Cristina Bassi

Le indagini per l'omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi, il 31enne romano morto una settimana dopo l’arresto da parte dei carabinieri, sono appena cominciate dopo la clamorosa denuncia della famiglia. Ma cosa rischiano gli eventuali colpevoli in divisa?

Nel caso di Federico Aldrovandi, il ragazzo di Ferrara morto dopo essere stato fermato dalla polizia il 25 settembre 2005, c’è già una sentenza di primo grado. A luglio di quest’anno quattro agenti di polizia sono stati condannati a tre anni e sei mesi per omicidio colposo. Non hanno mai passato un giorno in cella. Sono Monica Segatto, di 45 anni, Paolo Forlani, di 48, Enzo Pontani, di 44, e Luca Pollastri, di 39. Ma a quali conseguenze vanno incontro?
Non sconteranno neppure un giorno di carcere grazie all’indulto. E sono rimasti in servizio. Sono stati «aggregati ad altre sedi», spiegano in Questura. Fuori dal linguaggio burocratico, significa che non sono stati né sospesi né «trasferiti». Conservano uniforme e stipendio e lavorano momentaneamente in altri uffici di polizia lontani da Ferrara. In particolare Monica Segatto prestava servizio a Padova già al momento della sentenza, altri due colleghi sono rimasti in Emilia Romagna e il quarto è fuori regione. Due di loro sono stati anche al G8 dell’Aquila.
Non hanno fatto ricorso contro il provvedimento e ognuno ha potuto scegliere la nuova sede. La misura è comunque temporanea, i poliziotti dovrebbero tornare a Ferrara, ma i tempi e i modi del rientro saranno decisi dalla Questura. Solo uno di loro, Pontani, ha commentato a caldo la condanna: «Posso dire – ha affermato fuori dall’aula – che stasera giustizia non è stata fatta. E posso anche dire che io la notte dormo sonni tranquilli, qualcun altro non lo so».

Durante le loro deposizioni al processo hanno dichiarato: «I colleghi ci hanno subito detto: “Attenti, è pericoloso”. Il ragazzo più che urlare ringhiava», dice Monica Segatto. Continua Forlani: «Aldrovandi ha cominciato la colluttazione con Pontani, con una certa violenza dava calci e pugni, ho iniziato a colpirlo con il manganello alle gambe per cercare di fermarlo. Luca (Pollastri, ndr) ha ricevuto un calcio che gli ha rotto il manganello, ho preso il ragazzo per il cappuccio e lui è caduto all’indietro. Nel cadere mi ha trascinato a terra con lui, il manganello si è spazzato sotto il mio peso». Anche Pollastri ammette l’uso dello sfollagente: «Sono riuscito a colpire il ragazzo alcune volte alle gambe. Mi ha tirato un calcio, lo sfollagente che tenevo in mano si è spezzato, i colleghi lo hanno immobilizzato. Poi sono riuscito ad ammanettarlo, l’ho vigilato fino all’arrivo dell’ambulanza, ho sentito che il suo polso era normale. Non c’era nessun problema, una persona che respira secondo me sta bene». Pontani parla dell’aspetto di Federico: «Quello che mi ha sconvolto era il collo, aveva un collo taurino. All’improvviso è saltato sul cofano della macchina e mi ha sferrato un calcio al volto che ho evitato per poco. Mi ha aggredito con una sequenza incredibile di calci e pugni».
Questa è la loro versione.

«Continuano a fare il proprio lavoro – sottolinea Giovanni Trombini, difensore della Segatto, di Pontani e di Pollastri –, tuttavia non potevano farlo a Ferrara, dove il clima per loro era diventato insostenibile, basti pensare alle persone che hanno manifestato al processo con volantini e insulti. Intanto stiamo lavorando all’appello, inevitabile visto che la sentenza stravolge completamente alcuni elementi di prova». Salvatore Longo, questore di Ferrara, ha risposto così alla madre di Federico che chiedeva che fossero presi provvedimenti nei confronti dei condannati: «L’Amministrazione – ha scritto in una lettera – valuterà dal punto di vista disciplinare l’intera vicenda nei tempi, nei modi e con le garanzie previste dall’ordinamento giuridico. In particolare la legge impedisce l’avvio del procedimento disciplinare fino alla definizione del procedimento penale con sentenza passata in giudicato».

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