Po, il rischio è sempre dietro l'argine

Il Po fornisce acqua per uso civile, industriale e agricolo. La sua potenza viene sfruttata per produrre energia elettrica e per alimentare tutta la pianura padana
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"Non siamo certo all’anno zero, però il concetto di sicurezza assoluta non esiste", spiega Francesco Puma, dirigente dell’autorità di Bacino del fiume Po. E ancora: " Una piena del Po è prevedibile e in genere lo sono anche le zone a maggiore rischio”.

Di Marcello Barisione

Ottobre e novembre sono i mesi delle piogge. Più aumentano le precipitazioni e più grande diventa la portata d’acqua dei fiumi del nord che si riversano nell’unico grande collettore di tutta la pianura, il Po, e maggiore è la portata dei corsi d’acqua maggiore è il rischio di esondazione. Il bacino fluviale del Po è un’area a grande rischio di allagamenti e gli eventi catastrofici del Polesine nel 1951 e le piene del 1994 e del 2000 sono testimoni di situazioni straordinarie all’interno di un sistema protetto. Frana, smottamento, esondazione e allagamento sono vocaboli comuni per chi si occupa di territorio. Tragedia e disastro non lo sono, o almeno non dovrebbero esserlo. Le aree che ci circondano sono spesso soggette a fenomeni naturali di dissesto e cedimenti ma quando queste colpiscono cose e soprattutto persone si grida sempre alla strage annunciata.

Come ci si protegge dal rischio idrogeologico? Esiste una scienza definitiva in grado di evidenziare una volta per tutte le aree a rischio? Gli argini maestri del fiume più lungo d’Italia, imponenti e stagliati nella pianura padana fanno il loro dovere da oltre 400 anni. Sul territorio sono stati effettuati molteplici azioni di messa in sicurezza e di risanamento ma non è possibile dire di essere davvero al sicuro da un evento catastrofico. “Molto è stato fatto, non siamo certo all’anno zero, però il concetto di sicurezza assoluta non esiste” - Spiega Francesco Puma, dirigente dell’autorità di Bacino del fiume Po - “Nelle condizioni normali in aree a basso rischio ci sono molti allagamenti ma miniori. Nel momento in cui l’evento diventa importante e il territorio interessato è quello “difeso” ovvero dove si è potuto costruire il rischio aumenta esponenzialmente. E' quello che noi chiamiamo “rischio residuale: in questa fase la sicurezza non può essere assoluta e i parametri per la salvaguardia delle persone cambiano. Territorio e popolazione devono essere in grado di coesistere nella fase di emergenza. Una piena del Po è prevedibile e in genere lo sono anche le zone a maggiore rischio. In questo caso la prontezza operativa e l’informazione intesa come procedura segnano la differenza tra evento naturale e catastrofe”.

Un sistema sicuro al 100% non esiste ma è possibile sempre ridurre l’incidenza del rischio residuale con un costante aggiornamento degli strumenti a difesa del territorio. L’attività a rischio maggiore per un fiume come il Po’ è la piena, e proprio la piena intesa come livello raggiunto dalle acque è il primo parametro di riferimento per tutte le statistiche e gli studi del caso. Per definire l’intensità di una piena si usa uno strumento di misura chiamato idrometro che altro non è che una semplice asta che misura l’altezza raggiunta dalle acque. Da più di 400 anni si conosce con esattezza quale è la ricorrenza delle piene e si conoscono con precisione tutti i movimenti del fiume e dei suoi affluenti. “Se si consultano gli archivi e gli studi si scopre che ci sono regolarità periodiche nelle piene del fiume” continua Francesco Puma “Ad esempio una serie di piene colpì la pianura all’inizio del 1800 mentre in questo secolo le grandi piene sono datate 1917, 1951, 1994 e 2000. Nel momento attuale stiamo attraversando una fase di addensamento dei fenomeni ma, quello che più ci preoccupa è la portata sempre crescente del livello del fiume.” Una piena datata 1705 raggiunse 1 metro e 32 centimetri, ai tempi si pensava fosse una misura impressionante ma nell’ultimo secolo le piene normali hanno sempre superato i 4 metri di quota. “Gran parte del Po’ è pensile, significa che il livello del fiume è superiore alla quota del territorio, per questo ogni tracimazione assume un forte impatto sull’ambiente” continua il Dottor Puma “il problema degli argini non è la lunghezza, ormai tutto il corso del fiume e quasi tutti i suoi tributari sono arginati, semmai sta diventando sempre più con il passare del tempo un problema di altezza e di resistenza”.

Al momento il riferimento per definire l’altezza degli argini è il livello raggiunto dalla quota della piena precedente. Per essere sicuri i progettisti di argini aggiungono un “franco arginale” , ovvero un' ulteriore quota di scurezza a quella misura e la aggiungono alla quota di costruzione. Il problema è che il “franco arginale” viene sempre superato dalla piene successive e quindi più si innalzano gli argini maggiore risulta elevata la quota della piena. Il secondo problema è che l’argine una volta tracimato perde le sue capacità di trattenimento per colpa dell’erosione e se si abbassa ulteriormente aumenta l’allagamento per questo l’intervento sul territorio deve essere costante e progressivo.

“Possiamo ancora migliorare e ridurre ancora di più il rischio residuale, ma gli interventi devono essere fatti ormai da una pianificazione mirata e coordinata nel tempo” aggiunge Michele Presbitero, ex segretario della Autorità di Bacino del Po e già componente della Commissione Grandi Rischi “Servono fondi per la ricerca ma serve anche un cambiamento culturale che ci consenta di operare sul territorio con interventi di aggiornamento e manutenzione e non solo con opere a eventi già conclusi”.

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