Milano, al via il processo contro Google

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BigG replica ai pm ("nasconde i suoi dati"): disponibili a collaborare. Il 29 settembre riprende il dibattimento sul caso di bullismo ai danni di un minore affetto da sindrome di Down. L'avvocato di Vividown: c'è un vuoto normativo da colmare

di Gabriele De Palma

"Non comprendiamo perché si  parli di braccio di ferro con le autorità giudiziarie italiane. Abbiamo sempre dimostrato piena cooperazione con le autorità nazionali di pubblica sicurezza fornendo le informazioni richieste con  estrema accuratezza e sollecitudine". "Abbiamo sempre collaborato per l’individuazione di gesti criminosi e, nello stesso tempo, per la tutela della privacy dei cittadini onesti". Questa la replica diffusa oggi da Google in seguito alla pubblicazione da parte del Corriere della Sera del contenuto di una lettera inviata alla Procura di Milano da Nicole Wong, responsabile degli affari legali dell’azienda.

Nella lettera Google spiegava di assumersi la responsabilità di subordinare alla “propria discrezione” la comunicazione dei dati richiesti dall'autorità giudiziaria, anche “in presenza di specifiche circostanze di emergenza che implicano imminente pericolo di morte”.
Dichiarazioni che hanno generato un dibattito, anche perché sono arrivate proprio alla vigilia del processo che vede quattro alti dirigenti di Google imputati di concorso in diffamazione e violazione della privacy.
Il caso risale al 2006, quando su Google Video era comparso un filmato in cui alcuni minorenni vessavano un compagno di scuola affetto da sindrome di down. Per martedì 29 settembre è prevista una nuova udienza (l’ultima era stata rinviata per mancanza dell’interprete).

Dopo l’individuazione dei colpevoli, l’associazione Vividown aveva comunque ritenuto utile dover procedere nei confronti di Google. La denuncia è stata da molti letta come una minaccia alla libertà d’informazione online, tanto che lo scorso anno Vividown si era affrettata a chiarire che “la denuncia (…) non si fonda su generiche accuse al mondo di Internet bensì su elementi di fatto e di diritto ben precisi. (…) Vivi Down, pertanto, non ha alcun intento censorio nei confronti di Internet, ma agisce nel rispetto dei propri diritti legittimi di parte offesa e danneggiata da un reato (…). Perché all’interno di una società democratica la libertà di espressione è sacrosanta quanto lo sono il rispetto delle regole su cui si fonda la convivenza civile e dei diritti del prossimo, specie se debole e indifeso”.

Oltre alla Procura di Milano e al difensore civico del comune di Milano, dalla parte dell’accusa domani ci sarà anche l’associazione Vividown, rappresentata dall’avvocato Guido Camera, che spiega a Sky.it l’importanza del processo.

Avvocato, innanzitutto, l’interprete questa volta ci sarà?

In realtà lo scoprirò domani in aula ma credo proprio di sì.
Speranze di vittoria?
L’accusa di fatto la porta avanti lo Stato italiano per mezzo della Procura della Repubblica, è importante sottolineare che il difensore civico del Comune si è costituito parte civile. Comunque al di là della vittoria sono curioso di vedere la presa di posizione giurisprudenziale sulle problematiche sollevate dalla Procura sulla gestione di dati personali. C’è un vuoto normativo in materia, la speranza è che questo processo colmi almeno in parte la lacuna.
L’accusa è di diffamazione o no?
Nel diritto penale c’è l’art. 40 che disciplina la cosiddetta “posizione di garanzia”: chiunque ha l’obbligo giudirico di impedire un evento e non lo fa è come se l’avesse commesso, e secondo la Procura la diffamazione è avvenuta per questo motivo, la mancata tutela della privacy di un minore tra l’altro affetto da sindrome di down.
Il caso suscita l’interessa della stampa straniera. È il primo del genere?

Casi identici a questo che io sappia non ce ne sono.

Il dibattimento è destinato a fare la giurisprudenza italiana (e forse anche europea), comunque si concluda. Google porta da sempre avanti una linea difensiva secondo cui “l’ottica adottata è quella che si riferisce ai vecchi mezzi di comunicazione. Da cui l’idea, sbagliata, che il provider di servizi in Rete sia oggettivamente responsabile dei contenuti ospitati sulle proprie piattaforme”.

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