Stefano, ex detenuto per stupro: "Così controllo il mostro"

Il carcere di Bollate
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Storia di un uomo macchiatosi di reati orribili e che, dopo aver scontato la pena nel carcere di Bollate (dove ha luogo un progetto unico in Europa), ha imparato a "imbrigliare" le sue pulsioni. Guarda un estratto del reportage

di Tiziana Prezzo

Stefano ha una passione per i fumetti. Quando parla dei “maestri spagnoli” piuttosto che di quelli italiani, si illumina tutto e comincia a gesticolare come un forsennato. A guardarlo così, sembra un trentenne come tanti altri. Eppure ha appena finito di rilasciare una lunga e sofferta intervista in cui ha dichiarato di essere stato condannato per violenza sessuale, rapina e sequestro di persona. Per lui le porte del carcere si sono aperte perché ha commesso atti terribili. Saliva sui treni, costringeva sconosciute a un rapporto orale minacciandole con un coltello e, dopo averle umiliate, le rapinava.
Quanto di quello Stefano esiste ancora?
E' lui il primo a tenere i piedi saldi a terra. “C’è qualcosa che resta comunque latente – ammette -Abbiamo degli aspetti del nostro carattere che resteranno sempre”. Quell’ “abbiamo” è riferito a quelli come lui, ai cosiddetti “sex offender” che si sono macchiati di reati a sfondo sessuale.

Ma il suo cammino, che ancora prosegue, è segnato da tanti passaggi che rendono la sua storia diversa da quella della maggioranza di stupratori e pedofili. Stefano ha infatti scontato la sua pena nel carcere di Bollate , dove ha luogo un progetto unico nel suo genere in tutta Europa e che si rifa alla scuola canadese: l’Unità di Trattamento Intensificato. Un’equipe di una ventina di specialisti tra criminologi, psicologi, psichiatri ed educatori ha in cura un gruppo di circa venti detenuti definitivi a modulo (della durata di 12 mesi) che hanno volontariamente sottoscritto una sorta di contratto. Nel documento si legge: “Accetto di partecipare al gruppo di prevenzione della recidiva per gli autori di reati a sfondo sessuale. L’obiettivo (…) è quello di cercare la soluzione ai miei comportamenti sessuali inadeguati, identificare i segnali precursori delle mie condotte sessuali devianti ed apprendere a gestire e controllare i miei desideri ed agiti sessuali, in modo da non ricadere in condotte sessuali illecite e dannose per gli altri”.
Il problema più grosso per i “sex offender” è infatti quello della recidiva.  I partecipanti a questo progetto non solo imparano ad acquisire consapevolezza di quanto compiuto (la negazione e la minimizzazione del male commesso sono altri aspetti del problema), ma soprattutto imparano (o cercano di imparare) a riconoscere e a “imbrigliare” pulsioni, fantasie e desideri potenzialmente pericolosi per il prossimo.

“Fino a che non sono arrivato al carcere non avevo mai messo in discussione la mia vita. Mai seriamente almeno. Perché tanto mi sentivo un perdente qualsiasi cosa facessi”, spiega Stefano. Ora che è tornato uomo libero, continua a farsi seguire al Servizio di mediazione sociale e penale del Comune di Milano. Si tratta, in buona sostanza, della prosecuzione naturale di quanto sperimentato in carcere. Un percorso duro e difficile, di costante e inflessibile sorveglianza di sé. “E come se avessi sempre attivo – spiega - una sorta di allarme verso atteggiamenti o pensieri che possono venirmi”. I suoi sforzi hanno fatto sì che ora sia diventato una sorta di anello di congiunzione tra l’equipe di specialisti e gli ex detenuti che frequentano volontariamente le sedute del centro.

“Ti senti ancora un perdente?”, gli chiediamo. Con sorpresa, abbozza un sorriso imbarazzato e risponde: “Ultimamente mi ci sto sentendo, perché mi sembra di combattere una guerra contro i mulini a vento…L’altro giorno ho acceso la televisione, ho sentito vari politici definirci animali. Ci sta: forse ho commesso un reato da animale, ma non mi sento un animale… Così rendono vano qualsiasi sforzo stia facendo. A questo punto mi domando quanto sia utile continuare un percorso, non smettere di faticare, venire qua a raccontare la violenza che ho subito, le mie fantasie… raccontare cose che non racconterei a nessuno per poi essere trattato allo stesso modo di come mi sarei trattato io tempo fa prima della galera… A questo punto, non so.”

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