Caso Thyssenkrupp. L'inferno in acciaieria

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A poco più di un anno di distanza dal rogo che ha provocato la morte di sette operai siedono sul banco degli imputati 6 dirigenti dello stabilimento di Torino. Quella tragedia si poteva evitare? Ne parliamo con l'inviato di Tg24 Massimo Postiglione


Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino, Antonio Schiavone. Sono i nomi dei sette operai morti nel rogo dell’acciaieria Thyssenkrupp di Torino nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, quando si è sprigionato l’inferno nella linea 5 dello stabilimento di corso Regina Margherita.

Ancora morti sul lavoro. Ancora famiglie spezzate. E una città scossa.
A poco più di un anno di distanza, sul banco degli imputati siedono 6 dirigenti dell’acciaieria.

Insieme all’inviato di TG24 Massimo Postiglione ripercorriamo i fatti del dicembre 2007 in attesa di capire se quella tragedia si poteva evitare.

1) Il 15 gennaio si è aperto a Torino il  processo di primo grado per l'incendio nell’acciaieria Thyssenkrupp che, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, ha causato la morte di sette operai. Perché si parla di processo simbolo della lotta agli incidenti sul lavoro?

Si parla di processo simbolo perché per la prima volta in Italia, in un procedimento che si occupa di incidenti sul lavoro, una persona viene rinviata a giudizio per omicidio volontario, seppure con dolo eventuale. L’accusa è stata rivolta ad Harald Espenhahn, l’amministratore delegato della Thyssenkrupp in Italia. Secondo la tesi dell’accusa, lui era a conoscenza dei rischi che correvano gli operai e nonostante questo non ha aumentato la sicurezza nell’impianto torinese "accettando il rischio" che potesse capitare qualche incidente a chi vi lavorava.

2) L’accusa di omicidio colposo per Harald Espenhahn, definita da molti storica ha anche sollevato diverse polemiche. Di che genere?

L’accusa rivolta ad Espenhahn, come dicevo, è storica perché parliamo di omicidio “volontario”. Mentre di solito in processi di questo tipo l’accusa che viene mossa ai presunti responsabili è di omicidio colposo. Le polemiche che sono seguite hanno riguardato la possibilità di trovare una giustificazione giuridica alla tesi della volontarietà sostenuta dalla procura di Torino. Secondo molti giuristi, infatti, sarà difficile far passare in dibattimento l’ipotesi di reato di omicidio volontario con dolo eventuale, accolta dal gup Gianfrotta (che ha disposto il rinvio a giudizio dei sei imputati).

3) Gli operai della Thyssen sono stati votati dagli utenti di SKY.it protagonisti dell’anno nella categoria “politica, attualità e cronache italiane”. Perché quella tragedia ha colpito cosi tanto l'opinione pubblica in un paese dove muoiono sul lavoro oltre tre persone al giorno spesso nell' indifferenza generale?

La tragedia della Thyssenkrupp ha colpito così tanto l’opinione pubblica per il modo, terribile, in cui sono morti i sette operai. Bruciati, arsi vivi improvvisamente mentre stavano lavorando: una delle morti più dolorose. E poi per il numero: colpiscono molto di più sette persone morte in un unico incidente che tre in diverse parti d’Italia. L’impatto emotivo è decisamente più forte.
Come si è detto più volte, questo incidente sembra aver riportato alla ribalta la figura dell’operaio. Una figura che pareva dimenticata: ci sono le fabbriche, ci sono le persone che lavorano con il fuoco e con l’acciaio, che si svegliano ogni mattina per affrontare un lavoro duro e pericoloso. Le cose che usiamo ogni giorno non provengono dal nulla. Le “costruisce” qualcuno. Questo un po’ l’abbiamo dimenticato, perché lo diamo per scontato. La tragedia della Thyssen ce l’ha ricordato.

4) Cosa è successo quella notte, la notte del rogo nella linea 5 dello stabilimento di Torino?

Mancano pochi minuti alla mezzanotte, quando un piccolo incendio scoppia nella linea 5. Tutti gli operai cercano di spegnerlo. Nel pozzetto della linea, dove c’è una piccola fiamma, scende Antonio Schiavone. Non è la prima volta che gli operai, da soli, fronteggiano piccoli incendi causati dall’alta temperatura che fa ardere residui vari, soprattutto carta. Improvvisamente, un tubo che contiene olio bollente ad alta pressione cede. Si trasforma in un lanciafiamme che spara olio nebulizzato a 800°. La fiammata investe innanzitutto Schiavone, che muore sul colpo, bloccato nel pozzetto, e poi gli altri operai che si trovano nei pressi. Tutti cercano di aiutare i loro colleghi investiti dalle fiamme, ma molti estintori sono scarichi, la manichetta dell’acqua è rotta, il telefono per chiamare i soccorsi è staccato. I vigili del fuoco e le ambulanze arrivano un quarto d’ora dopo e soccorrono i feriti, le cui condizioni appaiono subito disperate.

5) Prima dell’inizio del dibattimento sono stati sostituiti tre giudici popolari che avevano chiesto di astenersi "per non creare intralci processuali" dopo che nei giorni precedenti avevano rilasciato al quotidiano la Stampa alcune dichiarazioni estranee al merito del processo. C’era davvero il rischio che la giuria potesse essere condizionata dal pregiudizio e venir meno al principio di imparzialità?

I tre giudici popolari intervistati dal quotidiano La Stampa non sono entrati nel merito del processo con le loro dichiarazioni. Hanno parlato in generale. Dunque, a mio parere, non sarebbe stato necessario sostituirli, in condizioni normali. Questo però non è un processo normale. Come abbiamo sottolineato, è un processo simbolo, ed è bene eliminare qualsiasi ombra. Complimenti, dunque, ai tre giudici che, consci del polverone che hanno sollevato, hanno rinunciato all’incarico. Tra l’altro, gli avvocati dei sei imputati potevano ricusarli, ma non lo hanno fatto. La rinuncia all’incarico è stata una decisione spontanea dei tre giurati, comunicata alla presidente della Corte d’Assise poco prima dell’apertura della prima udienza.

6) Quali sono i fatti contestati dai pm ai sei dirigenti della Thyssen? Si parla di “consapevolezza dell’evento”.

La tesi dell’accusa è questa: i dirigenti della Thyssen conoscevano le condizioni di precaria sicurezza in cui lavoravano gli operai e nonostante questo non hanno fatto nulla per migliorare la struttura. Erano dunque consapevoli dei rischi che ogni giorno correvano i lavoratori, ma non sono intervenuti, perché lo stabilimento di Torino sarebbe stato dismesso dopo pochi mesi. Dunque non conveniva all’azienda investire dei soldi per migliorare i sistemi di sicurezza e adeguarli, ad esempio, a quelli utilizzati per lo stabilimento della Thyssenkrup  di Terni, dove già esisteva un sistema di spegnimento automatico degli incendi.

7) Quali sono invece le argomentazioni degli avvocati della difesa?

Gli avvocati della difesa sostengono che lo stabilimento era sicuro, nonostante fosse in fase di dismissione (a giugno 2007 avrebbe chiuso e tutto il materiale sarebbe stato trasferito a Terni, compresa la linea 5). Per avvalorare questa tesi, gli avvocati dei sei dirigenti della Thyssen citano le ispezioni della Asl, che avevano dato quasi sempre esito positivo. Si è poi scoperto che queste ispezioni erano “annunciate” e non a sorpresa come la legge prevede. I vertici della multinazionale tedesca, cioè, riuscivano a sapere con un paio di giorni d’anticipo che ci sarebbe stata la visita degli ispettori. Anche questo è un fatto controverso che dovrà essere chiarito durante il processo.

8) Nel caso di condanna, cosa rischiano i sei imputati?   

L’amministratore delegato della Tyssenkrupp in Italia, Harald Espenhan, rischia fino a 21 anni di carcere. E’ la pena più severa per l’imputazione più pesante: omicidio volontario con dolo eventuale. Gli altri cinque dirigenti rischiano invece fino a 15 anni. Per loro, infatti, l’accusa è omicidio colposo con colpa cosciente. Quindi si esclude la volontarietà nel loro comportamento comunque manchevole. Queste sono le pene massime previste dal codice penale per questo tipo di reati.

9) I familiari delle sette vittime hanno ricevuto un risarcimento da parte dell’azienda tedesca?

Il risarcimento complessivo offerto dalla Thyssen è stato di 12 milioni e 970 mila euro, da dividersi tra 33 familiari dei 7 operai morti nel rogo. Ad ogni famiglia, dunque, sono andati poco meno di due milioni di euro, ma le cifre oscillano a seconda del grado di parentela e del numero e dell’età dei figli che sono rimasti orfani dei loro papà. Si tratta di un risarcimento record per morti sul lavoro. Ma in cambio i familiari hanno dovuto firmare un accordo con il quale si sono impegnati a non costituirsi parte civile nel processo alla multinazionale tedesca.

10) Il Comune di Torino, sconvolto e ferito dalla tragedia avvenuta nella notte tra il 5 e 6 dicembre 2007, si è costituito parte civile. Cosa resta oggi di quella rabbia e di quel dolore?

Oltre ad essersi costituito parte civile, il Comune di Torino ha anche aiutato materialmente alcuni dei familiari delle vittime. Il tempo, fortunatamente, lenisce ogni dolore. Lo attenua. Ma i torinesi continuano ad essere colpiti e indignati per ciò che è successo. Torino è una città operaia e ogni torinese, di nascita o d’adozione, sa che questa tragedia poteva capitare a lui o a un suo familiare. Ricordo i giorni immediatamente successivi al rogo: tanta gente veniva davanti alla fabbrica a lasciare un fiore, un biglietto. Cittadini qualsiasi che non conoscevano i sette operai. Piangevano, recitavano una preghiera davanti al grande albero che si trova a pochi metri dai cancelli della Thyssen e se ne andavano con gli occhi gonfi. Noi di SkY TG24 eravamo lì anche il primo gennaio, per raccontare un capodanno in tono decisamente minore vissuto da una città in lutto. E anche la mattina del primo dell’anno tante persone hanno scelto di essere lì. Qualcuno, davanti alla fabbrica, ha lasciato una bottiglia di spumante, sette bicchieri vuoti e sette lumini accesi per ricordare sette brindisi che non ci sono stati.


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