Da Ferdinando Carretta a Pietro Maso. Che giustizia è questa

Diletta Giuffrida
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Sconti di pena, messa alla prova, semilibertà. Diletta Giuffrida, cronista di SKY TG24, ci aiuta a capire le notizie che più hanno fatto discutere in questi giorni

Parma, 4 agosto 1989. Ferdinando Carretta uccide il padre, la madre e il fratello. Montecchia di Corsara (Verona), 16 aprile 1991. Pietro Maso uccide i genitori con l’aiuto di tre amici.
Novi Ligure, 21 febbraio 2001. I due giovani fidanzatini Erika e Omar uccidono a coltellate la madre e il fratellino di lei.
Se in Italia i primi sei mesi del 2008 registrano una diminuzione dei reati (meno 10.1%) sono invece in aumento i crimini commessi all’interno della famiglia. Un delitto su quattro è compiuto tra le mura domestiche. Ma tra sconti, riabilitazioni e messa alla prova spesso la pena effettivamente scontata è molto più breve di quella che l’opinione pubblica si aspetta.
Abbiamo chiesto a Diletta Giuffrida, cronista di SKY TG24, che giustizia è questa?

E’ del 15 ottobre la notizia che Ferdinando Carretta erediterà la casa in cui vent’anni fa massacrò la sua famiglia. Era in semilibertà dal 2004, dopo aver scontato 7 anni di ospedale psichiatrico giudiziario. La riabilitazione può prevalere sulla punizione?

La rieducazione dovrebbe essere lo scopo della pena, almeno così dice l’articolo 27 della nostra Costituzione. Rieducare un criminale che si è macchiato anche di reati gravissimi, è necessario. Si tratta di un percorso lungo che va seguito e valutato con grande responsabilità. Il sistema però ha indiscutibilmente delle falle. Al di là dei recenti fatti di cronaca, ci sono casi in cui aver rimesso in libertà un criminale ha avuto conseguenze drammatiche. La vicenda di Angelo Izzo, per esempio, uno dei “mostri del Circeo” che, con Giovanni Guido e Andrea Ghira, nel 1975 uccise Rosaria Lopez e ridusse in fin di vita Donatella Colasanti. Izzo fu condannato all’ergastolo, ma nel 2005 ottenne la semilibertà, e tornò a uccidere ancora. Vittime madre e figlia di 57 e 14 anni.

Il figlio assassino oggi dice “vorrei la libertà definitiva, ora mi sento pronto ad affrontare la vita”. Carretta potrebbe davvero essere a breve un uomo completamente libero?

Tecnicamente sì. Chi ha seguito il percorso riabilitativo di Ferdinando Carretta in questi anni lo ha definito “quasi ultimato”. Nonostante la confessione, arrivata 10 anni dopo la strage, i giudici della Corte d’Assise di Parma non condannarono Carretta perché lo ritennero “incapace di intendere e di volere”. La formula di vizio di mente gli ha consentito negli anni di mantenere i diritti civili, e quindi di poter ottenere anche l’eredità. Carretta potrebbe essere sottoposto a controlli medici, per un periodo stabilito dal giudice al termine del quale però otterrebbe definitivamente la libertà. Potrebbe tornare sotto il controllo della giustizia solo se commettesse un nuovo reato.

Pietro Maso è stato condannato a 30 anni, dopo 17 anni in carcere ha ottenuto la semilibertà. Dall’inizio del prossimo anno, con l’affidamento ai servizi sociali, sarà completamente libero. Si può dire che abbia pagato fino in fondo il suo debito con la giustizia?

Dal punto di vista del Tribunale di Sorveglianza che su di lui si è espresso, sì. Maso sfuggì all’ergastolo perché i giudici, al contrario di quanto affermato dalla perizia d’ufficio del professor Vittorino Andreoli, lo dichiararono seminfermo di mente. Il suo silenzio di questi 17 anni, il percorso di fede compiuto con don Guido Todeschini, evidentemente li ha convinti. Anche se Maso di pentimento parlò pubblicamente solo in una lettera durante il processo d’appello. Se poi facciamo riferimento al suo debito morale nei confronti delle sorelle per esempio, dei familiari, o della società, ho qualche dubbio.

La maggior parte degli abitanti di Montecchia di Corsara, il luogo della strage, segue con perplessità le scelte della magistratura. Tu, che hai seguito da vicino anche il giallo di Garlasco, ci puoi raccontare quali sono gli atteggiamenti più comuni della gente?

Incredulità, indignazione e desiderio che giustizia sia fatta, almeno inizialmente è questo che prova la gente. Nei casi di piccoli centri di provincia, come Garlasco o Erba, di fronte alla tragedia le persone restano sgomente, tanto da aver bisogno a un tratto di riconciliarsi con la loro stessa comunità che è diventata sinonimo del mostro. Nei casi ancora aperti soprattutto, come la morte di Chiara Poggi, quando la tensione raggiunge livelli elevati, s’innesca un meccanismo quasi di “autotutela” dei cittadini.

Tra i casi che più hanno colpito l’opinione pubblica negli ultimi anni c’è senza dubbio quello di Novi Ligure. Dove sono oggi Erika e Omar?

Oggi Erika De Nardo ha 24 anni ed è detenuta nel carcere di Verziano, a Brescia. Nell’aprile 2005 venne condannata a 16 anni di reclusione, ma grazie all’indulto dovrebbe uscire nel 2013, anziché nel 2016. Omar Favaro invece, il fidanzato che nel gennaio del 2001 la aiutò ad uccidere la madre e il fratellino a coltellate, ha compiuto 25 anni ed è recluso nel carcere di Asti. Condannato a 14 anni dovrebbe uscire di galera nel 2011, anziché nel 2013, anche lui beneficiando dell’indulto. Durante il processo Erika e Omar, allora minorenni, vennero giudicati “capaci di intendere e volere”. Per loro la difesa chiese la “messa alla prova”, che prevede la sospensione del processo per un massimo di tre anni e, in caso di buoni risultati, la cancellazione del reato dalla fedina penale.
I giudici respinsero entrambe le richieste delle difese.

I due ragazzi di Novi Ligure, comunque, hanno scontato oltre un terzo di pena. Potrebbero presto uscire da carcere?

Potrebbero ottenere la semilibertà non appena avranno scontato due terzi della pena. La legge prevede che dopo aver scontato un determinato periodo di reclusione, che varia a seconda del tipo di reato, i detenuti possano usufruire di misure alternative o permessi speciali. Questo a particolari condizioni: che il detenuto abbia tenuto sempre una buona condotta, che non risulti socialmente pericoloso, che il permesso consenta di coltivare interessi affettivi o di lavoro.
Nel caso di Erika il primo permesso (qualche ora fuori dalla cella) le è stato concesso in occasione di una gara sportiva organizzata dalla sezione di Brescia dell’Uisp. La ricordiamo tutti, ormai donna, mentre partecipa a una partita di pallavolo, insieme con altre detenute, all’oratorio della Buffalora. Sorridente, capelli lunghi neri, occhiali da sole. Pochi giorni prima, il 7 maggio 2006, una sentenza della Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso del legale della ragazza che chiedeva la libertà condizionale per andare in una comunità di recupero. Per i giudici della Suprema Corte, Erika mostrava aperture di consapevolezza “ma la loro intermittenza e mancanza di un effettivo senso di colpa – scrissero – esigono ancora un trattamento lungo e tutt’altro che scontato negli esiti”. Pochi mesi prima anche il criminologo, e suo consulente, Massimo Picozzi, parlando di Erika l’aveva definita “un guscio vuoto, come quando ha ucciso”.
Omar invece non è mai uscito dal carcere. Per lui l’avvocato ha chiesto più volte di trascorrere qualche ora a casa, ma il Tribunale di Sorveglianza si è sempre opposto ritenendo che mancasse un programma riabilitativo.

Indulto, permessi regolari, semilibertà. Percorsi di riabilitazione efficaci o cause della sfiducia dei cittadini nella giustizia?

Sicuramente è la sfiducia a prevalere sul resto. La percezione di una “giustizia ingiusta” oggi è ampiamente diffusa, e credo sia una delle prime cause dell’allontanamento dei cittadini dalla vita pubblica. E’ molto rischioso lasciare che questo processo vada avanti.

Il guardasigilli Alfano ammette che le carceri hanno già perso l’effetto indulto e sono di nuovo strapiene. E’ davvero realizzabile il progetto del braccialetto elettronico?

E’ un progetto che rischia di avere costi ben superiori ai benefici. Se n’è tornato a parlare di recente ma per la verità altri governi in passato lo avevano sperimentato a costi, appunto, esorbitanti (si è parlato di diversi milioni di euro per poche centinaia di braccialetti).
Inoltre, stando a quanto sperimentato finora sarebbe in grado di segnalare se il detenuto evade da casa, ma non di indicare dove si trovi esattamente, non essendo dotato di un sistema satellitare.

In carcere ci sono più stranieri che italiani. Perché delinquono di più?

In proporzione non delinquono di più, semmai sono più disperati. Spesso pur lavorando, in molti casi in nero, sono costretti a vivere in condizioni di degrado, non possono contare nell’aiuto di familiari (perché spesso sono loro ad arrivare in Italia per poter mandare i soldi alle famiglie nel Paese d’origine). E poi sono anche meno tutelati. Non avendo una fissa dimora ad esempio non possono godere di benefici come gli arresti domiciliari, e nella maggior parte dei casi hanno difese meno efficaci di quelle che possono permettersi gli italiani. A conferma ci sono i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sulla recidiva, pubblicati due mesi fa. Su quasi 17mila italiani che dall’agosto 2006 a oggi hanno beneficiato dell’indulto, a tornare in cella sono stati circa 7mila, mentre su 10.500 stranieri sono tornati in carcere circa 3mila.

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