Campania, che cosa serve per uscire dall'emergenza rifiuti

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Paolo Chiariello, corrispondente da Napoli di SKY TG24, spiega perché la strada sia ancora lunga: non bastano le discariche se non prende piede una nuova coscienza civile che porta i cittadini a produrre meno "monnezza" e più raccolta differenziata

di PAOLO CHIARIELLO

Liberarsi dal tanfo del fiume di monnezza che ancora ammorba l’aria di alcuni comuni del Napoletano e molti altri del Casertano non è stato facile. Così come non è semplice affrancarsi dal fetore di marcio che avvelenava (e ancora avvelena) la vita pubblica di una regione, la Campania, che per tre lustri ha sniffato l’odore dei soldi. Due miliardi di euro sono già stati spesi per risolvere il problema dei rifiuti che invece è ancora lì, a testimonianza di uno scandalo senza precedenti, forse anche peggiore degli sperperi e delle ruberie del post terremoto.

La Campania da qualche mese, per fortuna, non è più sepolta sotto decine di migliaia di tonnellate di spazzatura che marcisce in strada, ma ciò non significa che il peggio è passato e che non ci sono più rischi di un ritorno alle follie del passato. Ancora resistono decine di micro - discariche nelle periferie delle città e dei grossi centri industriali delle provincie di Napoli e Caserta che andrebbero rimosse. Così come numerosi altri siti che negli anni hanno ingoiato rifiuti speciali, tossici e nocivi pur essendo stati censiti dalle agenzie per l’ambiente attendono ancora di essere messi in sicurezza e bonificati. Eppoi, fatto non secondario, la Campania non potrà mai dirsi al riparo di una nuova emergenza fino a quando non avrà un ciclo dei rifiuti virtuoso.

Che significa ciclo virtuoso? Che i campani debbono maturare la convinzione che occorre produrre mediamente meno rifiuti; che è indispensabile differenziarli civilmente raggiungendo quote del 40-45 per cento (allo stato si è mediamente sul 15 per cento di raccolta differenziata); che discariche e termovalorizzatori (sicuri e rispondenti alle norme comunitarie) sono solo elementi di una filiera e non la sola risposta al problema della produzione della spazzatura.
Ecco, lo choc dell’emergenza ha fatto cambiare qualcosa nella mentalità dei cittadini della Campania che in questi mesi hanno dato prova di aver compreso necessarietà e indispensabilità di produrre meno spazzatura e comunque di differenziarla. Il resto del lavoro tocca ora alle istituzioni.
Nel caso della Campania, il Governo Berlusconi, in continuità con quello che l’aveva preceduto (esecutivo Prodi) ha dato prova di voler risolvere in maniera definitiva l’emergenza rifiuti. E certo, aver allestito le discariche di Ferrandelle nel Casertano, Sant’Arcengelo Trimonte nel Beneventano e Savignano Irpino nell’Avellinese in pochi mesi è stato un primo chiaro segnale che i rifiuti (indipendentemente dalle proteste dei cittadini delle aree prescelte per l’apertura delle discariche) non sarebbero mai più stati lasciati marcire per strada. Con le discariche aperte e quelle ancora da aprire (il contestatissimo sversatoio del quartiere di Chiaiano di Napoli e quello che aprirà nel comune di Terzigno, sempre nel Napoletano) la Campania respirerà per qualche anno, non avrà l’assillo di una emergenza dietro l’altra da fronteggiare. Questo significa che ci si potrà dedicare alla filiera dei rifiuti con l’allestimento di altre discariche (già previste per legge), la costruzione e la messa in esercizio dei 4 termovalorizzatori già finanziati (quello di Acerra apre già a gennaio del 2009), l’attivazione di centri di compostaggio e campagne di sensibilizzazione verso la raccolta differenziata. Se questi tasselli di un unico mosaico andranno tutti al loro posto, allora si potrà dire che la Campania si è davvero messa alle spalle il disastro dei rifiuti.

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