Vento e siccità, il cambiamento climatico aumenta il rischio incendi

La stagione degli incendi negli ultimi 30 anni è aumentata in media di quasi un quinto (Getty Images)
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Secondo uno studio internazionale, le fiamme sarebbero favorite da condizioni meteorologiche "anomale" collegate al riscaldamento globale. E tra le zone del mondo più a rischio ci sarebbero i Paesi mediterranei

Quasi la totalità degli incendi più gravi che si sono verificati tra il 2002 e il 2013 è stata causata da condizioni metereologiche anomale. In particolare, venti forti e siccità prolungate determinate dai cambiamenti climatici sono stati i principali fattori scatenanti delle fiamme. E gli incendi diventeranno sempre più frequenti, soprattutto nei Paesi costieri del Mediterraneo. È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica "Nature ecology and evolution", secondo il quale la stagione degli incendi negli ultimi 30 anni è aumentata in media di quasi un quinto e continuerà a farlo nei prossimi decenni, almeno fino a quando non si porrà rimedio al riscaldamento globale.

 

Esaminati 23 milioni di incendi – Per condurre la ricerca gli studiosi hanno preso in esame 23 milioni di incendi avvenuti nel mondo tra il 2002 e il 2013, che hanno classificato in ordine di intensità. In una seconda fase si sono concentrati sui 478 più gravi che sono risultati essere nel 96% dei casi causati da condizioni metereologiche anomale. Le conseguenze di 144 di questi ultimi vengono descritti nello studio come “economicamente e socialmente disastrose”. Gli incendi, come gli altri eventi estremi, nel mese di gennaio sono stati oggetto anche di uno studio dell’Agenzia ambientale europea (Eea), secondo la quale il riscaldamento globale, nei prossimi anni, farà aumentare la frequenza di questi fenomeni, che causeranno problemi non solo a livello ambientale ma anche sotto l'aspetto economico e sanitario.

 

Il luoghi più a rischio – Secondo il professor David Bowman dell’Università della Tasmania in Australia, uno dei ricercatori che ha condotto lo studio, gli incendi sono “un fenomeno globale e naturale”, ma appare evidente che i casi più estremi sono stati registrati in concomitanza con “condizioni climatiche anomale come siccità, venti o, nelle regioni desertiche, a seguito di stagioni particolarmente umide”. Un anno piovoso in maniera eccezionale, spiega Bowman, consente infatti alla vegetazione di crescere rapidamente e di diventare "un combustibile ideale" in caso di successiva siccità. Secondo lo studio le zone del mondo più a rischio sono il Sud-Ovest degli Stati Uniti, il Messico, la costa atlantica del Brasile, i Paesi europei che si affacciano sul Mar Mediterraneo (Italia inclusa), l'Africa meridionale e la costa orientale australiana.

 

Coste mediterranee a rischio, ma le contromisure funzionano – “Nelle zone più a rischio, le proiezioni indicano un aumento tra il 20 e il 50% dei giorni favorevoli al verificarsi di incendi estremi, con un incremento più marcato nel bacino europeo del Mediterraneo”, spiegano i ricercatori. Che però mettono in evidenza come queste zone abbiano registrato nel periodo in esame un’incidenza più bassa rispetto ad altre zone del mondo. Nei Paesi costieri del Mediterraneo, secondo il professor Bowman, infatti la gestione della vegetazione ha aiutato a “ridurre al minimo il rischio”. L’unico modo per contrastare gli incendi, infatti, è “studiare delle zone parafuoco e provvedere ad interventi sistematici di prevenzione simili a quelli messi in campo per le zone sismiche”. 

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