Dalle auto alle bici: tutti i volti della sharing mobility

Il fenomeno del car sharing conta 700mila utenti in Italia (Getty Images)
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Una rivoluzione tecnologica e culturale che non richiede forti interventi pubblici: la mobilità condivisa è un fenomeno che ha ancora grandi margini di espansione. Lo rivelano i dati del Rapporto nazionale sulla sharing mobility in Italia 2016

Spostarsi affidandosi a un mezzo non di proprietà, ma condiviso con altre persone: è la sharing mobility, uno dei tanti effetti delle nuove tecnologie e, soprattutto, degli smartphone. Un nuovo fenomeno che promette margini di crescita molto ampi. Si parla di servizi che vanno dalla condivisione delle biciclette, fino ad arrivare a soluzioni più recenti come lo “sharing” dei parcheggi o degli scooter. I numeri di questa rivoluzione sono riassunti nel Rapporto nazionale sulla sharing mobility 2016, presentato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile.
 

Bike sharing

Per quanto riguarda il bike sharing, avviato in Italia nel 2001, le biciclette in condivisione hanno raggiunto le 13mila unità, spalmate in 200 Comuni; cifre che fanno del nostro Paese il primo d'Europa in termini di numero di servizi attivi. A confronto, il modello francese, che ha avuto enorme successo a Parigi, può vantare servizi attivi in non più di 40 città.

 

Car sharing

Il car sharing, poi, la cui esplosione coincide con la diffusione di massa degli smartphone circa 3-4 anni fa, conta una flotta di 5.764 auto per 700mila utenti in 29 diverse città italiane. Il carpooling, inoltre, è un'opportunità di viaggio alternativa molto apprezzata. In questo ramo BlaBlaCar, che permette di condividere le spese di viaggio con altri passeggeri invitati sulla propria auto, ha calcolato, per la settimana media del 2015, circa 260 partenze sulla tratta Roma-Napoli, 240 su quella Milano-Bologna o 210 su quella Milano-Genova.

 

Vantaggi ambientali ed economici

“Sta cambiando il modello basato sulla proprietà in favore di un altro, basato sull'accesso ai servizi”, racconta Raimondo Orsini, direttore della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e portavoce dell'Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility, e questo “non solo per ragioni ambientali, ma soprattutto per ragioni economiche: sia ai consumatori sia alle grandi imprese, infatti, conviene”. Il principio economico di fondo è semplice: la sharing mobility permette di ottimizzare le risorse, attribuendone l'utilizzo a chi ne ha bisogno di volta in volta, che si tratti di auto, moto, bici, navette o parcheggi. Oltre a quello per il portafogli, anche il vantaggio ecologico non è da poco. Ad esempio il carpooling, scrive il rapporto, permette risparmi nelle emissioni di CO2 del 12% per equipaggio nelle medie-lunghe percorrenze, mentre il taglio arriva anche al 30% nel caso dei brevi spostamenti, soprattutto quelli casa-lavoro che si effettuano con il carpooling aziendale.
 

Fenomeno culturale o tecnologico?

“Senza la base tecnologica” degli ultimi anni “non sarebbe stato possibile lo sviluppo di una nuova mentalità da parte dei cittadini”, prosegue il direttore, “una mentalità che noi definiamo multimodale”. Questo approccio fa sì che l'utente, prima di decidere le modalità di spostamento, operi un confronto ponderato fra le diverse soluzioni di viaggio proprio grazie al suo smartphone. Un'operazione che un tempo era evidentemente più difficoltosa, se non impossibile. E cambia anche la cultura dell'auto indispensabile, visto che il 45,1% degli associati al car sharing sarebbe pronto a sbarazzarsi della propria vettura se i servizi offerti fossero ulteriormente ampliati, a partire dall'area di utilizzo consentita. Il 19,4% di chi usufruisce del car sharing, invece, la sua auto l'ha già venduta.

 

La cultura della mobilità da Nord a Sud

Il Nord Italia (e Milano in particolare) si è dimostrato molto più pronto a raccogliere le novità della sharing mobility. Basti ricordare che qui si trova il 64% dei servizi di bike sharing e l’81% delle bici condivise. Se il Mezzogiorno è ancora indietro, però, “la ragione non è solo culturale”, spiega Orsini: semplicemente non sono ancora partite le politiche necessarie. In tal senso, le ragioni per essere ottimisti non mancano: “Siccome non c'è bisogno di grossi investimenti economici infrastrutturali, ma occorre solo aiutare l'ingresso dei privati che erogano questi servizi”, quella della sharing mobility “è una rivoluzione che si può fare in pochissimo tempo” conclude il direttore della Fondazione.

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