"L'avocado del diavolo" e gli altri: i cibi ad alto impatto ambientale

Avocado messicani (Getty Images)
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Frutti tropicali e olio, ma anche carne bovina e insalata: ecco le produzioni che, in base ad alcuni studi, possono avere delle conseguenze su deforestazione, maggiore consumo di acqua e aumento dei gas serra

Non solo l'avocado, o la tanto discussa carne, ma anche insalata, pesce e uova. La lista degli alimenti ad alto impatto ambientale si sta allungando. Conoscerli è importante perché permette di dare un'impronta sostenibile alla propria dieta.


L'avocado del diavolo - Inserito nella lista dei cinque alimenti che negli ultimi dieci anni hanno generato i maggiori profitti, l'avocado porta con sé conseguenze ambientali legate alla deforestazione. Secondo quanto riporta "Le Monde", a causa dell'aumento della richiesta di questo prodotto sul mercato, ogni anno circa 20mila ettari di foreste vengono convertiti in piantagioni. Soprattutto in Messico, che è il maggiore produttore: un impatto tanto significativo da suggerire al giornale francese il soprannome di “avocado del diavolo”. La Francia, con 1,2 chili pro capite, è il secondo maggiore importatore di questo frutto dopo gli Stati Uniti. Ed è proprio negli States che la sua diffusione è cresciuta maggiormente, passando dagli 0,5 chili per abitante del 1999 agli attuali tre.

Le insidie nascoste dell'insalata - Diversamente da quanto si ritiene comunemente, anche il consumo d'insalata può avere degli effetti negativi sull'ecosistema, secondo quanto riporta il Washington Post. Per esempio essendo composta per il 90% da acqua, comporta lo spreco di notevoli risorse idriche, oltre ad essere poco nutriente. Inoltre, in base a quanto sostiene uno studio americano, è la maggiore fonte di rifiuti alimentari: sono infatti quasi 500 le tonnellate di insalata che finiscono nella pattumiera ogni anno.

Anche l'olio sotto accusa - Basandosi sull'impronta idrica degli alimenti, cioè la quantità d'acqua impiegata nel loro ciclo produttivo, analizzata dal Barilla Center for food and nutrition (Bcfn), l'olio si piazza al secondo posto. Per ogni litro di prodotto occorrono infatti 7.765 litri d'acqua. Peggio fa soltanto la carne bovina: per ottenerne un chilo ne occorrono 15.415 litri.

Il ruolo della carne - L'alimento che ha un impatto maggiore sull'ambiente, tanto da spingere la Fao a "preferirle” gli insetti, resta infatti la carne bovina. Anche la graduatoria basata sull'impronta di carbonio, che misura le emissioni di gas a effetto serra durante il ciclo di vita di un alimento, colloca proprio le carni rosse in testa con 21.720 grammi di Co2 sprigionati per ogni chilo. Seguono formaggi (9.225), burro (8.545), pesce (4.415), carne suina (4.260) e uova (4.020).

La piramide rovesciata - Gli stessi cibi li ritroviamo nella piramide ambientale rovesciata pubblicata sempre dal Bcfn, che è speculare – ma a testa in giù – rispetto a quella alimentare. Il criterio utilizzato per questa classificazione sono i metri quadrati di terreno necessari a garantire le risorse e assorbire le emissioni associate al sistema produttivo di un cibo. La carne bovina è in testa anche qui e richiede da un minimo di 92 a un massimo di 157 metri quadri per ogni chilo. Per la stessa quantità di verdura ne bastano invece tra gli 1 e 10.

La dieta mediterranea è vincente - Nel complesso il regime nutrizionale più sostenibile sembra comunque essere quello mediterraneo, il migliore nel coniugare equilibrio alimentare e rispetto dell'ambiente. Nonostante ciò, nei primi posti della classifica dei Paesi più sostenibili per quanto riguarda la produzione e consumo di cibo, non troviamo l'Italia. Sul podio ci sono Francia, Giappone e Canada, dove l'agricoltura è green, lo spreco di cibo è basso e le scelte dietetiche bilanciate.

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